martedì 27 settembre 2016

Quarto giorno della "Novena di san Francesco 2016" nella Basilica di Assisi: I volti della misericordia: Gesù Cristo, il Crocifisso Vivente

Basilica Papale di San Francesco in Assisi
Frati Minori Conventuali

Novena in preparazione alla festa del Padre Serafico

MISERICORDIOSI COME IL PADRE
I VOLTI DELLA MISERICORDIA

predicazione di p. Gianni Cappelletto, OFMConv.

Quarto giorno: martedì 27 settembre 2016

Gesù Cristo, il Crocifisso Vivente

«Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth. Il Padre, “ricco di misericordia” (Ef 2,4), nella “pienezza del tempo” (Gal 4,4), quando tutto era disposto secondo il suo piano di salvezza, mandò suo Figlio nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi in modo definitivo il suo amore. Chi vede Lui vede il Padre (cfr Gv 14,9). Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio» (MV 1). 
Dai LUOGHI ai VOLTI della misericordia.

E ovviamente il primo è quello del nostro Signore Gesù Cristo: è Lui, afferma papa Francesco all’inizio della bolla di indizione del Giubileo – è Lui “della misericordia del Padre” il VOLTO (cf. MV 1).
È vero che Gesù non appare all’improvviso perché preceduto da altre modalità con cui il Padre ha rivelato il suo nome di Misericordioso – come ha fatto per esempio nell’Antico Testamento. Ma è altrettanto vero che nel suo Figlio incarnato, oltre al nome vediamo pure il volto: «Chi vede me – afferma lo stesso Cristo – vede il Padre» (Gv 14,9). «Dio – scrive l’evangelista Giovanni – nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è Lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18). Trova così finalmente risposta la domanda di ogni credente che il testo sacro mette in bocca a Mosè: «Mostrami il tuo volto» (Es 33,18). Infatti, «Gesù di Nazaret con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio» (MV 1).

A quale momento specifico della vita di Gesù, a quali sue scelte guardare in particolare per vedervi riflesso il volto del Padre, il cui nome è “Misericordia”? Tra le tante proposte – i tanti volti di Gesù – presenti in questa Basilica, mi fermo sulle due che ritengo più significative e più “parlanti”.

Il primo è quello presente nel ciclo pittorico attribuito dai più al cosiddetto “Maestro di San Francesco” e realizzato tra il 1250 e il 1260. Si trova nella navata centrale di questa Basilica Inferiore, sulla parete alla mia sinistra. Il pittore, della vita di Cristo narra solo i momenti della passione – morte – risurrezione … forse rifacendosi all’inno cristologico della lettera di Paolo ai Filippesi in cui si afferma che Gesù non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma si spogliò di questa prerogativa accettando di assumere la fragilità della condizione umana (cf. Fil 2,5-11). E il ciclo pittorico inizia proprio con la spoliazione di Gesù accanto alla croce alla quale è addossata una scala per indicare la scelta libera di Gesù di salirvi sopra: ha assunto così la condizione di servo facendosi simile a noi in tutto eccetto il peccato. Ma non si è fermato a questa scelta; è sceso infatti più in basso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte infamante della croce. Questo è il motivo per cui Dio Padre lo ha innalzato facendo in modo che il nome del Figlio suo venga riconosciuto e proclamato da tutti come “Signore Crocifisso-Risorto”.  

Spoliazione di sé – morte in croce – risurrezione: cosa ci svelano del volto misericordioso del Padre? Sì, perché scopo della spoliazione per Gesù non è “morire in croce”, quanto svelare il volto e lo stile del Padre. Quale volto? Quello di un “Dio capovolto” … che si capovolge cioè a testa in giù e obbliga noi a rovesciare l’immagine che ci facciamo non solo di Lui quanto anche di noi, come credenti perché da Lui amati: 
  • è Lui che fa il primo passo verso di noi … che ci precede donandosi a noi quando noi siamo ancora nel peccato: questo capovolgimento di Dio ci obbliga a ripensare il nostro rapporto con Lui non in termini di merito (= faccio qualcosa per Dio, per cui sono bravo e ho diritto alla ricompensa) ma in termini di grazia: è Lui a fare il primo passo verso di noi, a diventare “come noi”, per cui non è solo il “Dio con noi” quanto anche il “Dio come noi” e per questo pure il “Dio per noi”; 
  • la scelta di morire in croce non è segno di sconfitta (così nella logica umana di sempre) quanto di vittoria (così nella logica di Dio che lo fa risorgere da morte): questo mi obbliga a pensare la croce non come ad un incidente momentaneo superato dalla risurrezione, quanto a esperienza che si porta dentro la stessa risurrezione, per cui la croce non va tolta: il Crocifisso è Risorto, ma il Risorto mantiene i segni del Crocifisso, come attesta – per esempio – il crocifisso esposto sopra l’altare sul quale mi soffermerò tra poco. Togliere il Crocifisso dal Risorto significa – ha affermato papa Francesco pellegrino in Assisi il 4 ottobre 2013 – diventare “cristiani di pasticceria” che riducono la vita cristiana a soli “dolcetti” (il Risorto) senza la fatica di produrli (il Crocifisso); 
  • altro capovolgimento: l’amore di Dio testimoniato dal Crocifisso Risorto attrae sì, ma nella debolezza … come ogni amore, perché non si impone ma si propone, si offre e attende una risposta libera.

Questi “capovolgimenti” di Dio, San Francesco li aveva non solo capiti ma pure incarnati con scelte di vita coerenti, riproposte in parte dallo stesso anonimo pittore nella parete alla mia destra della navata, a iniziare dallo spogliamento davanti al Vescovo Guido fino al transito, alla morte, momento in cui viene riconosciuto che lo stesso Poverello di Assisi è stato talmente conforme al suo Signore da meritare di avere impresse le sue stesse stimmate nel corpo.  

Gesù “Crocifisso Risorto” – “Risorto Crocifisso” è la suprema rivelazione della misericordia del Padre perché capovolge il nostro modo di pensare a Dio e a noi stessi. Con una espressione sintetica:  
  • per noi vale il “mors tua – vita mea” = meglio se muori tu, così io posso vivere; 
  • per Gesù e suo Padre vale il “mors mea – vita tua”: preferisco morire io purché tu viva …  
Si tratta di una logica che ci obbliga a fare scelte esigenti e concrete, ma possibili se è vero – per esempio – che i genitori sono capaci di “morire a se stessi” purché i loro figli possano vivere!

La seconda proposta presente in questa Basilica cui guardare per contemplare il volto misericordioso del Padre è quel Crocifisso Risorto che vedete appeso sopra l’altare: richiama il cosiddetto “Crocifisso di San Damiano” che si trova attualmente nella Basilica di Santa Chiara, ma è di un pittore umbro dei primi decenni del XIII secolo e che probabilmente san Francesco non ha mai visto.   
Anche questo Crocifisso riporta contemporaneamente le prove della passione – morte (è in croce, e sono visibili i segni dei chiodi e della lancia) e quelle della risurrezione (ha gli occhi aperti, i capelli ben curati, il corpo pulito).    
Pure questo dipinto ci fa riflettere sul volto di un Dio capovolto, uno stile che possiamo riassumere nell’espressione “con Dio vince chi perde”: 
  • l’ha compreso e vissuto Gesù scegliendo liberamente di essere quel chicco di grano che, posto nel terreno della storia umana, ha accettato di morire per far fiorire la vita; 
  • l’ha compreso e vissuto San Francesco: ha accettato di morire a se stesso, ai suoi progetti di essere considerato il nuovo re Artù attorniato dai cavalieri della Tavola rotonda … e si è messo al servizio del Signore meritando di entrare nella sua gloria – come testimonia il Gloriosus Franciscus” dipinto nella vela di fronte alla maggior parte di voi, subito sopra il Crocifisso Risorto. 
Francesco aveva compreso lo stile pasquale dal suo Signore che ha vinto (ecco la risurrezione) perché ha accettato di perdere (ecco la croce): messaggio contro corrente oggi perché per la cultura attuale “vince chi vince” … e non importa come; soprattutto: se c’è da pagare un prezzo, fatti furbo, e fallo pagare agli altri!

Comprendiamo, allora, perché è importante l’invito che lo stesso Poverello di Assisi rivolgeva ai suoi frati (ma vale per tutti) di “sfogliare e risfogliare il libro della Croce” (FF 1067) e guardare alle piaghe del Signore, «vere finestre aperte sulle viscere della sua misericordia» (FF 1991), perché la «santa compassione del Crocifisso» si possa imprimere «profondamente nel cuore» (FF 594).    

E probabilmente è più chiaro a tutti il suggerimento che ci ha rivolto papa Francesco pellegrino in Assisi il 4 ottobre 2013, e cioè di «lasciarci guadare dal Crocifisso» per ascoltare quello che Lui ci narra della misericordia del Padre e per contemplare in Lui quello “stile pasquale” del “vince chi perde”, meglio ancora del “dentro la perdita (croce e morte) fiorisce la vita” (risurrezione). Settanta volte sette!    

Questa è la speranza che apre alla vita orizzonti nuovi e alternativi al senso di sfiducia che ingabbia la vita di molte persone oggi: a noi cristiani la responsabilità di testimoniare che il “Dio capovolto” in cui crediamo è capace di “capovolgere” la vita di chi si lascia guadare con amore da Lui. Il Figlio suo “Crocifisso e Risorto” continui a guardarci con il sorriso sulle labbra per farci sperimentare la potenza di vita presente nella misericordia e nel perdono del Padre suo e nostro.




Preghiera di Papa Francesco 
per il Giubileo della Misericordia 

Signore Gesù Cristo, 
tu ci hai insegnato a essere misericordiosi come il Padre celeste, 
e ci hai detto che chi vede te vede Lui. 
Mostraci il tuo volto e saremo salvi. 
Il tuo sguardo pieno di amore liberò Zaccheo e Matteo dalla schiavitù del denaro; 
l’adultera e la Maddalena dal porre la felicità solo in una creatura; 
fece piangere Pietro dopo il tradimento, e assicurò il Paradiso al ladrone pentito. 
Fa’ che ognuno di noi ascolti come rivolta a sé la parola che dicesti alla samaritana: 
Se tu conoscessi il dono di Dio! 
Tu sei il volto visibile del Padre invisibile, 
del Dio che manifesta la sua onnipotenza 
soprattutto con il perdono e la misericordia: 
fa’ che la Chiesa sia nel mondo il volto visibile di Te, 
suo Signore, risorto e nella gloria. 
Hai voluto che i tuoi ministri fossero anch’essi rivestiti di debolezza 
per sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore: 
fa’ che chiunque si accosti a uno di loro si senta atteso, amato e perdonato da Dio.
Manda il tuo Spirito e consacraci tutti con la sua unzione 
perché il Giubileo della Misericordia sia un anno di grazia del Signore 
e la tua Chiesa con rinnovato entusiasmo 
possa portare ai poveri il lieto messaggio 
proclamare ai prigionieri e agli oppressi la libertà 
e ai ciechi restituire la vista. 

Lo chiediamo per intercessione di Maria Madre della Misericordia 
a te che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo 
per tutti i secoli dei secoli. Amen.

* * *


Salve, Sancte Pater, patriae lux, forma Minorum. 
Virtutis speculum, recti via, regula morum: 
Carnis ab exilio duc nos ad regna polorum. 

(Salve, Padre santo, luce della patria, modello per i Frati Minori. Specchio di virtù, via verso ciò che è retto, regola di vita. Dall'esilio della carne, conducici al regno dei cieli).

Dio onnipotente 
tu hai chiamato Francesco nella via povera e umile 
a rassomiglianza di Gesù crocifisso: 
concedi a noi di seguire il suo esempio 
nella libertà dei figli di Dio 
nella gioia dei cuori semplici 
nello stupore per le tue creature. 
Per Cristo nostro Signore. 


A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

lunedì 26 settembre 2016

Svelenire i beni economici. La lezione francescana di Giovanni Battista Montini ad Assisi il 4 ottobre 1958

Il 4 ottobre 1958, in occasione del pellegrinaggio delle Diocesi della Lombardia per l'offerta dell'olio per la lampada votiva dei Comuni d'Italia che dal 1939 arde presso la tomba di san Francesco, l'allora Arcivescovo Giovanni Battista Montini (il futuro Papa Paolo VI) pronunciava in Assisi il seguente discorso (in: "Rivista diocesana milanese", 1958, pp. 491-493; poi anche in: L'Italia pellegrina ad Assisi. 50 anni di incontri con san Francesco patrono d'Italia, 1939-1989, [a cura di Nicola Giandomenico e Mario Collarini], Perugia, Cassa di Risparmio di Perugia, 1990 pp. 99-102) che, nella memoria liturgica del beato Paolo VI, piace qui riproporre inaugurando una sorta di sezione di questo blog dedicata ad una "economia in chiave francescana".

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
  

Magistrati e cittadini, Sacerdoti e fedeli della terra di Lombardia,

     venuti con me pellegrini, in rappresentanza della nostra Regione e della intera Nazione, a questo sacro luogo per rendere onore al Patrono d'Italia, san Francesco d'Assisi, nel giorno sacro alla memoria del suo beato transito, offriamo al Santo una preghiera, semplice e difficile insieme, naturale e strana ad un tempo.

Maestro di San Francesco,
Storie di san Francesco. La rinuncia ai beni (1260 ca)
Assisi, Basilica di S. Francesco,  chiesa inferiore
Una preghiera dobbiamo pur esprimerla; non sarebbe religioso il nostro atto, se al tributo del nostro omaggio non si unisse quello della nostra invocazione, della nostra fiducia. E la preghiera che dobbiamo fare deve tenere conto di ciò che noi siamo, e di ciò che Lui è; non sarebbe altrimenti, da parte nostra, sincera; non sarebbe altrimenti verso di Lui riverente e a Lui gradita. Ora noi siamo provenienti da una Regione che si caratterizza oggi — e forse domani, col Mercato Comune, ancor più — per il suo sviluppo economico e per l'impegno con cui a tale sviluppo essa lega i suoi pensieri, i suoi interessi, i suoi affanni, le sue speranze, la sua vita. Siamo figli dell'«Homo oeconomicus»; siamo esponenti di una concezione della vita che gravita intorno alla ricchezza.

Domenico Veneziano, Matrimonio mistico
di san Francesco con Madonna povertà
, 1440-60
Monaco di Baviera
Alte Pinakothek, Bayerische Staatsgemäldesammlungen
Anche se non la possediamo, la ricchezza è il cardine della nostra vita moderna; ad essa tende il nostro lavoro, tanto progredito, organizzato, meccanizzato, teso e febbrile, intorno ad essa si dibatte, non conclusa, non sopita, la questione delle classi sociali; di essa parla la nostra cultura superiore e la nostra conversazione familiare, di essa gode e soffre la nostra gente. Questa osservazione non è un vanto, è il riconoscimento d'una realtà, che qui viene in evidenza, e quasi ci mette a disagio. E quasi una confessione: noi siamo uomini abituati a porre nella ricchezza la nostra stima, la nostra speranza. Quale preghiera possiamo noi rivolgere a san Francesco d'Assisi?
Il disagio cresce, dobbiamo rivolgerci al Santo della Povertà che non solo soffrì, ma volle la Povertà, così da farla simbolicamente sua sposa, da professarla come sua scelta sociale, da immedesimarsi, sempre più in essa, come fonte della sua spiritualità: «Poscia di dì in dì l'amo più forte» (Par. XI 63).
Se non sapessimo quale «ignota ricchezza», quale «ben verace» (ib 82) di umanità, di poesia di grandezza morale, di sapienza, di civiltà, di santità si nascondono sotto la misera veste del Poverello d'Assisi, saremmo subito tentati di uscire di qui, come avessimo sbagliato la méta, o di starcene un istante come turisti, che si contentano di osservare la singolarità di un ambiente artistico, suggestivo e misterioso, ma totalmente estraneo al loro spirito.

Preghiera umile e audace
Giotto et alii, Storie di san Francesco
La rinuncia dei beni
(post 1296?)
Assisi, Basilica di S. Francesco, chiesa superiore
Come arrischiare un colloquio decente fra noi e Francesco? Come presentarci, senza sentirci da lui respinti, o a lui offensivi? E come chiedergli qualche cosa che non sia in nostro danno, o a lui disdicevole?
Ecco perché la conversazione con lui quasi ci sembra insostenibile, e l'essere qui un errore, e proferire una preghiera impossibile.
Eppure dobbiamo trarre dal nostro spirito una preghiera, vi dicevo, umile e audace. Una preghiera che ci faccia buoni — e diciamo pure, Poveri — nella nostra ricchezza, e che renda la sua Povertà, in qualche modo, una dovizia, una salvezza per noi.
La preghiera è questa: Francesco, aiutaci a purificare i beni economici dal loro triste potere di perdere Dio, di perdere le nostre anime, di perdere la carità dei nostri concittadini. Vedi, Francesco, noi non possiamo straniarci dalla vita economica, è la fonte del nostro pane e di quello altrui; è la vocazione del nostro popolo, che sale alla conquista dei beni della terra, che sono opere di Dio; è la legge fatale del nostro mondo e della nostra storia. È possibile, Francesco, maneggiare i beni di questo mondo, senza restarne prigionieri e vittime? È possibile conciliare la nostra ansia di vita economica, senza perdere la vita dello spirito e l'amore? È possibile una qualche amicizia con Madonna Economia e Madonna Povertà? O siamo inesorabilmente condannati, in forza della terribile parola di Cristo: «È più facile che un cammello passi per la cruna d'un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli»? (Mt. 19, 24). Anche il nostro sant’Ambrogio ci aveva detto quelle parole tremende: «O ricco, tu non sai quanto sei povero!» (De Nabuth, 2, 4), ma non le ricordiamo più: e non le abbiamo mai bene comprese. E anche Tu, Francesco, non hai insegnato ai tuoi figli a lavorare, a mendicare e a beneficiare, cioè a cercare ed a trattare quei beni economici, di cui la vita umana non può essere priva?
Ma qui davanti a Te, Francesco, noi vogliamo avere un dono di luce, anche un lampo solo sulla ricchezza di cui siamo tanto appassionati, e vogliamo vedere, sì, senza fatica i due grandi pericoli che essa introduce nella nostra vita, e li vogliamo qui a noi stessi ricordare e denunciare.

Dono di luce sulla ricchezza
Cristoforo Prestinari (statue)
San Francesco rinuncia ai beni terreni  nella mani del vescovo (sec. XVII)
Orta San Giulio, Sacro Monte di Orta, cappella III
Ecco, meditiamo un istante. La ricchezza, facilmente troppo facilmente, fortemente, troppo fortemente s'impadronisce dei nostri pensieri e diventa fonte dei nostri desideri, s'impadronisce delle nostre anime, e le assorbe nei suoi calcoli e nelle sue vicende, li appesantisce di valori temporali, le incatena alla terra. La ricchezza toglie la libertà interiore; ci dà il gusto dei beni materiali e dei piaceri che da essi, sperati o goduti, possono derivare; ci attenua prima, ci toglie poi il senso dei beni spirituali, come fossero lontani, difficili, inadeguati alle ispirazioni umane. Ci fa amare le cose esteriori, e meno quelle interiori; ci fa cercare le cose temporali e dimenticare le eterne. Ci illude che il nostro destino finale sia qui, e ci preclude una diritta ricerca del nostro vero scopo vitale, ché sopra l'esperienza presente ed oltre il tempo presente. Ci cambia la direzione della vita, altera la bussola del nostro cammino. Ci offre beni fugaci e fallaci, e ci fa perdere il Bene unico e sommo, il Dio vivente ed infinito.
Ecco perché Cristo, il Maestro, ebbe a porre come primo articolo del suo messaggio: «Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt. 5).
Questo infatti è il primo pericolo della ricchezza economica, di farci inabili alla ricerca di Dio, ed immeritevoli di raggiungerlo.
Poi un secondo pericolo parimenti derivato dalla vita economica, rende in questo momento trepidanti i nostri spiriti; e sempre li dovrebbe rendere vigilanti: è quello di diventare egoisti. Chi possiede teme. Chi possiede si isola. Chi possiede si difende. Chi possiede si pone facilmente in posizione ostile verso i propri simili. Quel prossimo che dovremmo amare — amare come noi stessi, proprio perché è prossimo — ci riempie di diffidenza, d'invidia, di concorrenza, di inimicizia. Il mio e il tuo segnano confini non solo nell'ordine economico e giuridico, ma anche in quello morale e spirituale. La ricchezza crea la grande tentazione di fare dei nostri simili i nostri servi ed i nostri strumenti.
Essa diventa uno dei fattori principali della formazione chiusa dei raggruppamenti sociali, e la posta di quel terribile gioco che è la lotta di classe. Ciò che doveva servire alla felicità umana si trasforma spesso nella sorgente degli odi sociali e della infelicità dei popoli: le guerre hanno sovente la loro infausta radice nel miraggio di conquiste economiche, nell'auri sacra fames. L'avarizia e la cupidigia soverchiano la valutazione e il rispetto della vita umana.

Benozzo Gozzoli
Storie di S. Francesco. La rinuncia ai beni (1450-52)
Montefalco, Chiesa di S. Francesco
Sappiamo queste cose. Ma notiamo subito un fatto singolare: qui, nella penombra di questa Basilica, queste verità di comune esperienza acquistano una chiarezza penetrante e svelano i loro duri contorni impressi nella vicenda della storia nostra, quella di ieri e quella di oggi; e, superato il primo momento di interiore disagio, qui, la considerazione di questo quadro, in cui la conquista economica della civiltà assume aspetti paurosi, non ci disturba più. Anzi — che è? — subentra in noi quasi un senso di fiducia e di pace. È vero: la ricchezza può farci perdere la conquista di Dio, il Bene Sommo, e ci può guastare la convivenza amichevole con i nostri simili, ci può impedire la carità: la carità verso Dio e la carità verso il prossimo. È tremendo. Ma appunto perché è tremendo questo problema della ricchezza nella casa della Povertà, ci facciamo animo a studiare una sua soluzione: generica, iniziale fino a che si vuole, ma tale almeno da ridarci bontà nel cuore e fiducia, che ritornando domani al nostro lavoro, non faremo opera contro noi stessi.
Perché al nostro lavoro bisogna pur ritornare. Sarebbe mai possibile che in questo momento di mistico fervore, rinnegarlo? No, certo. E dobbiamo forse spogliarci, come questa «gente poverella» seguace del Santo d'Assisi, dei beni economici se Dio non ci fa dono di eguale vocazione? E se a quei beni è legato il benessere, la prosperità e la pace del nostro popolo?

Lezione Francescana: «Svelenire i beni economici»
Maestro di Castelsardo
La rinuncia ai beni terreni (sec. XIV fine)
Sassari, Pinacoteca Mus'a al Canopoleno

(per approfondire clicca qui)
Qui è la nostra preghiera a S. Francesco, che ci faccia grazia a svelenire i beni economici, come dicevamo, d'ogni loro funesto potere contro la carità di Dio e la carità del prossimo.
Proviamo a dire: è cattiva la ricerca dei beni economici quando essi servono all'uomo? Al pane, all'elevazione della vita, alla cultura, alla pace, allo sviluppo delle facoltà umane e dell'organizzazione civile del mondo? No. Questa ricerca si chiama lavoro; ed il lavoro è nell'intenzione creatrice di Dio, è nel suo piano penitenziale di redenzione, è nell'esempio, tanto più umile quanto più eloquente, di Cristo, è nel precetto apostolico ai primi cristiani, è nella stessa disciplina francescana tutta umiltà e fatica.
Questa ricerca si chiama produzione. Produrre i beni utili alla vita è, per sé, cosa buona, necessaria e grande. Se mai, chiederemo a S. Francesco che ci faccia ben comprendere come non si vive di solo pane; come la vita economica non possa essere l'unico fattore, determinante e finale, della nostra giornata terrena, come la vita economica debba perciò essere subordinata alla legge morale. Non si vive per l'economia, anche se si deve vivere di economia. Al di sopra del processo economico deve essere instaurato l'ordine umano.
Lo sviluppo produttivo non deve prescindere dall'esigenza d'un crescente rispetto al lavoro dell'uomo; ed il lavoro dell'uomo deve a lui aprire la vita ad un adeguato godimento dei beni a cui la produzione è rivolta, in modo che il lavoratore non si senta più estraneo nell'azienda, ma sia favorito a collaborarvi non per solo interesse precariamente equilibrato, ma per convinzione altresì di essere partecipe d'un comune interesse e di trovarvi riconoscimento e tutela della sua umana dignità.

Giovan Battista Nodari
San Francesco si spoglia delle vesti (1902)
Bergamo, Accademia Carrara-Museo
Così diremo d'un’altra fase del processo economico: la distribuzione della ricchezza, cioè il riconoscimento che i beni economici appartengono a determinate persone e ne costituiscono la proprietà. Anche questa è legge di natura, cioè voluta da Dio e risponde alla promozione dell'uomo a fini superiori. San Francesco, che si priva per sé d'ogni personale proprietà, non la condanna in altri, ma cerca di equilibrare con l'esempio e la pratica d'un eroico disinteresse l'eccessiva avidità con cui tanti uomini, anche cristiani, sono attaccati alle loro proprietà. E libero ormai d'ogni aderenza ai beni economici, avverte, con la sua mano tesa a mendicare, come questi siano troppo disugualmente distribuiti, e come la carità debba dare l'avvio a quella volontaria migliore distribuzione che si chiama l'elemosina, la beneficenza, e come questa debba porre alla coscienza dei giusti il problema di una più equa distribuzione dei beni economici, esattamente come ebbe più volte a proclamare il Sommo Pontefice, affermando che «Essa è e rimane un punto programmatico della Dottrina sociale cattolica» (Disc. IX, 216).
San Francesco si spoglia e rinuncia ai suoi beni (XVI fine-XVII inizio)
Roma, Chiesa del Gesù, cappella del Sacro Cuore
(già di S. Francesco d'Assisi)
La lezione francescana si fa grave; ma ancora più salutare e moderna. E prosegue con note anche più severe e più chiare a ricordarci che il terzo momento del ciclo economico, quello del godimento della ricchezza, se da un lato è il più ovvio ed il più legittimo, perché finalmente a ciò tende l'economia, dall'altro è il più pericoloso, perché nel godimento della ricchezza più facilmente l'uomo si arresta, si compiace, e si corrompe idealmente, moralmente e socialmente. È perciò a questo punto che la lezione francescana incalza con maggiore voce, e ci ricorda come la felicità non consiste nella soddisfazione di molti e sempre nuovi bisogni, come sia invece saggezza, per ogni verso encomiabile, contenere nell'ambito delle necessità, della semplicità e della funzionalità i bisogni a cui Dio, e alla natura dell'umano consorzio che la ricchezza può dare soddisfazioni; come si debba allargare a godimento comune, a funzione sociale, il frutto della povertà, anche se esclusiva questa, quello deve essere più accessibile dal comune bisogno; come perciò la proprietà, di fronte al sovrano diritto di fratelli ci vuole, sia da considerarsi non dispotica e chiusa ma piuttosto una funzione pubblica, un'amministrazione sociale, da cui non si può escludere il bene comune dalla società; e come finalmente l'edonismo, il lusso, lo sfarzo, l'avarizia, l'orgoglio che la ricchezza genera nei suoi seguaci, siano perversione dannosa e deprecabile, sia per lo spirito umano, che per l'umana convivenza.

Vangelo per il nostro tempo
Bottega di Giotto,
Allegoria della Povertà, particolare (1315 ca)
Assisi, Basilica di San Francesco, chiesa inferiore
Non sono cose nuove, Francesco, quelle che ora ci predica, ma diventano Vangelo, per il nostro tempo. Non nuove per sé, ché derivano dalla dottrina di Cristo perennemente viva; ma, purtroppo, sempre nuove per noi che le sappiamo così male ricordare, e così male applicare. Non nuove, ma sempre sagge specialmente per noi, quando diventiamo amministratori del pubblico bene, che tante ricchezze richiede, tante maneggia, tante traffica e spende; e vuole le nostre mani monde e povere come le tue. Non nuove ma sempre difficili, e perciò bisognose di un esempio radicale e sublime come il Tuo, affinché noi riusciamo a meglio comprenderle ed a meglio seguirle, ed a ravvisarvi il principio di quella giustizia sociale, che forma l'aspirazione più nobile e più dinamica del nostro tempo.
Ecco, allora, Francesco, che la Tua Povertà ci diventa amica e maestra. Ecco che ammonisce coloro che mettono nei beni economici le loro somme speranze a mirare più in alto, a svincolare il cuore dall'amore delle cose terrene, e a saperle considerare come buone solo quando ci sono scala per salire le vie dello spirito e ci sono specchio per riflettere la bellezza, la bontà, la provvidenza di Dio; come Tu, povero, le hai viste, alla fine, cantandole, come libero poeta, nel Tuo cantico delle creature.
Così insegnaci, così aiutaci, Francesco, ad essere poveri, cioè liberi, staccati e signori, nella ricerca e nell'uso di queste cose terrene, pesanti e fugaci, perché restiamo uomini, restiamo fratelli, restiamo cristiani, noi Lombardi, noi Italiani.

Assisi, 4 ottobre 1958

Giovanni Battista Montini
Arcivescovo di Milano

Terzo giorno della "Novena di san Francesco 2016" nella Basilica di Assisi: I luoghi della misericordia: L'Altare

Basilica Papale di San Francesco in Assisi
Frati Minori Conventuali

Novena in preparazione alla festa del Padre Serafico

MISERICORDIOSI COME IL PADRE
I LUOGHI DELLA MISERICORDIA

predicazione di p. Gianni Cappelletto, OFMConv.

Terzo giorno: lunedì 26 settembre 2016

L'Altare

Gesù ha istituito l’Eucaristia «quale memoriale perenne di Lui e della sua Pasqua, ponendo simbolicamente questo atto supremo della Rivelazione alla luce della misericordia. Nello stesso orizzonte della misericordia, Gesù viveva la sua passione e morte, cosciente del grande mistero di amore che si compie sulla croce» (MV 7).    
Chi giunge in questa Basilica come turista, arrivato in prossimità dell’altare prova generalmente un po’ di fastidio perché lo avverte ingombrate e forse superfluo rispetto ai suoi interessi di ammirare o studiare – se apprezza l’arte – i cicli pittori del transetto, delle vele e dell’abside.    
Il pellegrino, invece, sa che il suo cammino di credente trova proprio nell’altare una tappa significativa, anzi fondamentale: dopo aver attraversato la “porta santa” e dopo aver sperimentato – nella zona delle confessioni – la misericordia del Signore come perdono dei peccati, si accosta all’altare per partecipare alla celebrazione eucaristica, «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (Lumen Gentium 11). Per questo motivo, l’altare è sopraelevato in quanto centro verso il quale spontaneamente converge l’attenzione.  

Sì, perché l’altare «è il simbolo di Cristo stesso, presente in mezzo all’assemblea dei suoi fedeli sia come vittima offerta per la nostra riconciliazione, sia come alimento celeste che si dona a noi» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1383). Questo spiega perché debba essere ben addobbato, perché non debba essere un tavolo su cui si appoggia un po’ di tutto; in particolare, perché venga baciato dal sacerdote e incensato quale segno di rispettosa venerazione.    
Sulla sua mensa, infatti, c’è l’essenziale per la vita di ogni cristiano: 
  • la Parola, proclamata dall’ambone, quale luce che illumina il cammino e quale acqua che fa rifiorire la vita; 
  • il Pane, forza che sostiene nel cammino e rinvigorisce nei momenti di fatica.  

Parola e Pane: due “piatti” dell’unica mensa. «La Chiesa – afferma la costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Ecumenico Vaticano II – ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso del Signore, non tralasciando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita prendendolo dalla mensa sia della parola di Dio, sia del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli» (n. 21). E noi, fedeli, siamo i beneficiari del dono della Parola e del Pane di vita.
   
Ad accoglierlo con riconoscenza e con fede ci invita – tra gli altri – il nostro Vescovo, monsignor Domenico Sorrentino: nel “Libro del Sinodo” (“Tu sei la nostra gioia”) che ci ha consegnato a Pentecoste, oltre a richiamare il “primato della Parola di Dio” nella vita di ogni cristiano e di ogni comunità parrocchiale e religiosa (n. 48), esprime il desiderio che le celebrazioni eucaristiche vedano una «piena, consapevole e attiva partecipazione dei fedeli, evitando che essi restino puri ascoltatori e spettatori di un atto che altri (presidente o ministro) svolgono per loro e davanti a loro» (n. 70).    
E il Congresso Eucaristico Nazionale che si è concluso a Genova l’altra domenica (18 settembre) ha attirato la nostra attenzione sul fatto che nell’Eucaristia sperimentiamo «la santità misericordiosa di Dio che – nel suo Figlio morto e risorto – viene incontro ad ogni uomo» e che dall’Eucaristia ripartiamo per testimoniare il volto misericordioso del Padre. L’Eucaristia, pertanto, non è una “aggiunta” alle tante cose che facciamo quanto il fondamento stesso della nostra vita, del nostro impegno e della nostra testimonianza nel mondo.  

Quando ci accostiamo al banchetto eucaristico – specie domenicale – ci veniamo portando con noi il bagaglio di un vissuto segnato anche dalla fatica oltre che dalla gioia, dalla sofferenza oltre che dalla serenità, dalla violenza oltre che dalla pace, dall’inimicizia oltre che dall’amore. È la “logica del mondo” ben espressa fin da Genesi 3 ove si dice che la donna VIDE che il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male era buono – bello – desiderabile, PRESE con le sue mani tale frutto, lo MANGIÒ e poi ne DIEDE ANCHE al marito cercando così solidarietà nel male. Delle quattro azioni richiamate, quella decisiva è il mangiare: indica appropriazione ma pure sottrazione agli altri, il che richiama la nostra fame di senso e di altre cose, un appetito che ci porta all’ingordigia di chi si appropria e sfrutta, di chi ruba e violenta pur di soddisfare se stesso e al massimo il suo piccolo nucleo familiare o dei “compagni di merenda”.  
A contatto con l’Eucaristia – con la Parola e il Pane di vita – veniamo educati ad un’altra logica, quella evangelica per difendere la quale Gesù ha pagato il prezzo della sua stessa vita. Educa il nostro sguardo a VEDERE sì e pure a PRENDERE, ma con equilibrio e rispetto. Insegna a MANGIARE con moderazione per condividere con Lui e con gli altri creando comunione e solidarietà. Siamo nella logica del dono accolto e ridistribuito, del “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente donate”.  

Forse non è un caso che proprio sopra e attorno all’altare di questa Basilica Inferiore – cioè attorno al mistero eucaristico celebrato sull’altare – i nostri padri abbiano collocato le cosiddette “vele” dell’obbedienza, della povertà e della castità: sono sì i voti di noi religiosi, ma sono pure una proposta valida per tutti per imparare a mettere ordine nelle relazioni fondamentali:


l’obbedienza è prima di tutto ascolto del Signore e fedeltà al suo Vangelo; esperienza mediata dai confratelli per San Francesco e per noi frati, dai propri familiari per chi vive in una famiglia cristiana … dal senso profondo del “bene comune” per chi opera in politica e nel sociale;
la povertà non è solo “privazione” di qualcosa quanto soprattutto solidarietà e – per San Francesco – restituzione dei beni a chi non ne ha o ne ha meno;


la castità è non solo rinuncia a farci dominare dalle passioni o dai desideri che mi porterebbero a sfruttare l’altra-da-me, la donna (parlo in quanto maschio), è soprattutto investimento della sessualità e dell’affettività in favore della vita mia e degli altri, in un determinato e chiaro progetto di vita o vocazione (alla vita consacrata, al matrimonio o al vivere da single). 



Obbedienza, povertà e castità toccano le relazioni sulle quali tutti – e non solo preti, frati e suore – ci giochiamo il senso dell’esistenza: a noi decidere quale “stile di vita” assumere:
  • se vogliamo diventare “cacciatori” di Dio – degli altri – delle cose … ma cacciatori che usano violenza e sopraffazione, che rubano e si appropriano con quell’ingordigia che non dice mai “basta” … allora gireremo attorno all’altare da turisti, e anche infastiditi … 
  • se desideriamo, invece, diventare “pastori” che, in amicizia con Gesù – buon pastore – danno la vita perché altri abbiano vita, sanno usare con saggezza e parsimonia dei beni della terra, imparano a relazionarsi con rispetto e benevolenza verso gli altri … allora sosteremo ai piedi dell’altare in contemplazione e in preghiera silenziosa: è in gioco la nostra esistenza di cristiani! 
L’Eucaristia è il momento in cui – entrando in comunione con il nostro Signore ascoltandone la Parola e cibandoci del suo Corpo – impariamo a mettere ordine in queste relazioni per testimoniare – usciti dalla “porta santa” – che è possibile ed è bello vivere secondo la logica evangelica, la logica eucaristica.  
Certo: c’è un prezzo da pagare, a volte anche molto alto, per viversi in ordine e costruire relazioni che ci umanizzano e che aiutano gli altri a fare altrettanto. 


Non è semplice, per esempio, abbassare la nostra superbia che ci fa credere di essere “dio in terra” e pertanto ci porta a non ascoltare il Signore e gli altri, ma ad agire secondo quel che piace a noi, disobbedendo non solo ai comandamenti di Dio ma pure alle minimali regole della convivenza civile.
Non è agevole, poi, mettere un freno alla nostra avarizia che ci induce a tenere ogni cosa solo per noi, o l’invidia con cui demoliamo quanto appartiene agli altri, mancando così di solidarietà con i più poveri e di responsabilità verso il bene comune.







Non ci è naturale, infine, tenere sotto controllo gli istinti erotico-sessuali che ci indurrebbero a sfruttare egoisticamente corpo e sentimenti degli altri, sfigurando così in noi e in loro il nostro essere immagine somigliantissima di Dio. 













Anche per affrontare con coraggio e costanza queste stonature – vere tentazioni di sbagliare strada nel realizzarci come persone e come credenti – ci viene incontro l’esperienza che viviamo attorno all’altare ove si celebra il “sacrificio eucaristico” che ci educa un po’ alla volta alla “logica pasquale” del chicco di grano che dà la vita solo quando sa morire.   


L’aveva ben compreso quell’Autore che – ispirandosi a san Francesco – conclude la sua “preghiera semplice” con queste parole:

                        Sì, così è:    dando, che si riceve;
                                               perdonando, che si è perdonati;
                                               morendo, che si risorge a vita eterna.


Preghiera di Papa Francesco 
per il Giubileo della Misericordia

Signore Gesù Cristo, 
tu ci hai insegnato a essere misericordiosi come il Padre celeste, 
e ci hai detto che chi vede te vede Lui. 
Mostraci il tuo volto e saremo salvi. 
Il tuo sguardo pieno di amore liberò Zaccheo e Matteo dalla schiavitù del denaro; 
l’adultera e la Maddalena dal porre la felicità solo in una creatura; 
fece piangere Pietro dopo il tradimento, e assicurò il Paradiso al ladrone pentito. 
Fa’ che ognuno di noi ascolti come rivolta a sé la parola che dicesti alla samaritana: 
Se tu conoscessi il dono di Dio!  
Tu sei il volto visibile del Padre invisibile, 
del Dio che manifesta la sua onnipotenza 
soprattutto con il perdono e la misericordia: 
fa’ che la Chiesa sia nel mondo il volto visibile di Te, 
suo Signore, risorto e nella gloria. 
Hai voluto che i tuoi ministri fossero anch’essi rivestiti di debolezza 
per sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore: 
fa’ che chiunque si accosti a uno di loro si senta atteso, amato e perdonato da Dio.  
Manda il tuo Spirito e consacraci tutti con la sua unzione 
perché il Giubileo della Misericordia sia un anno di grazia del Signore 
e la tua Chiesa con rinnovato entusiasmo 
possa portare ai poveri il lieto messaggio 
proclamare ai prigionieri e agli oppressi la libertà 
e ai ciechi restituire la vista.  

Lo chiediamo per intercessione di Maria Madre della Misericordia 
a te che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo 
per tutti i secoli dei secoli. Amen.

* * *


Salve, Sancte Pater, patriae lux, forma Minorum. 
Virtutis speculum, recti via, regula morum: 
Carnis ab exilio duc nos ad regna polorum. 

(Salve, Padre santo, luce della patria, modello per i Frati Minori. Specchio di virtù, via verso ciò che è retto, regola di vita. Dall'esilio della carne, conducici al regno dei cieli).

Dio onnipotente 
tu hai chiamato Francesco nella via povera e umile 
a rassomiglianza di Gesù crocifisso: 
concedi a noi di seguire il suo esempio 
nella libertà dei figli di Dio 
nella gioia dei cuori semplici 
nello stupore per le tue creature. 
Per Cristo nostro Signore. 

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.