domenica 12 maggio 2019

"Umanesimo francescano e fraternità globale" di José Antonio Merino Abad, OFM

Si riporta un'interessante contributo di fr. José Antonio Merino Abad, OFM, della Pontificia Università Antonianum di cui è stato rettore dal 1993 al 1999, all’incontro promosso dalla Fraternità Francescana e Cooperativa Sociale Frate Jacopa “In cammino verso Firenze 2015” – In Gesù Cristo il nuovo umanesimo – tenutosi a Roma dal 24 al 26 aprile 2015 e pubblicato ne "Il Cantico" nn. 5/2015 e 6/2015.



Introduzione
Francesco d’ Assisi, con il suo stile di vita, ha contribuito a creare una forma di essere e di vivere che molto ha influito sulla cultura occidentale. Il fondatore della fenomenologia dei valori, Max Scheler, vede nel Poverello «uno dei più grandi scultori dell’ anima e dello spirito della storia europea, che consiste nella formidabile prova di dare unità e condurre a sintesi, in un processo vitale, la mistica dell’amore onnimisericordioso, acosmico e personale, che non guarda più verso il basso ma verso l’alto, quello portato dal cristianesimo e fondato nell’amore di Gesù, assieme all’unificazione affettiva vitale e cosmica con l’essere e con la vita della natura. Tale fu la grande impresa del santo di Assisi» (M. Scheler, M., Wesen und Formen der Sympathie, Bonn 1931, 130; Sull’influsso di S. Francesco nella cultura del Rinascimento cfr. J. Huizinga, El concepto de la historia, México 1946, 124-128).
Il francescanesimo è un grande movimento umanistico vitale, religioso, sociale, evangelico e dottrinale che, tuttavia, è impossibile affrontare nella sua complessità in una riflessione breve come quella di questo incontro. Certamente, quando ci si domanda sull’utilità o l’inutilità di una realtà umana o di una dottrina, bisogna distinguere tra l’utilità di che cosa, per che cosa e per chi. Molte cose sono del tutto inattuali, non perché non valgono più, ma perché riguardano il futuro offrendo un messaggio che l’uomo contemporaneo non è in grado di recepire. In questa riflessione, non pretendo tanto di offrire una dottrina completa sull’umanesimo francescano quanto piuttosto di poter indicare un cammino possibile per l’uomo del nostro tempo affinché sia più umano. Una segnalazione che non è diretta ai francescani, ai cristiani, ai credenti, agli uomini di una determinata cultura, ma all’uomo in quanto tale. Credo che i percorsi e i sentieri qui presentati serviranno di fermento per un nuovo umanesimo aperto e globale, confermato dalla garanzia di otto secoli di storia e con la certezza che l’uomo è eternamente umano e ha bisogno di una permanente umanizzazione. Nel nostro tempo non serve più la tesi del superuomo, e tanto meno quella dell’infrauomo. Abbiamo bisogno di scoprire il giusto cammino della vera umanizzazione; e in questa linea si dirigono i seguenti cammini, sentieri e passaggi per creare la fraternità globale.

1. Cammino verso un umanesimo globale
Il vero umanesimo, l’umanesimo dell’uomo integrale, l’umanesimo che difende e tutela la dignità e i più profondi valori della persona, non sta nei proclami solenni dei partiti né nei loro lusinghieri sistemi politici o filosofici, ma nel modo in cui si vivono le relazioni interpersonali, gli impegni sociali e la vita del lavoro quotidiano, del riposo, dell’ amore, della festa e di tutte le altre relazioni con i propri simili. È qui che si può analizzare il messaggio, il contenuto e la qualità umanistica di un sistema, di una religione, di una filosofia, di una politica o di un gruppo umano. Ed è qui precisamente che il francescanesimo, come vita e come pensiero, si rivela in tutta la sua profondità e significato. 
Il francescanesimo, pertanto, non è solo un modo di rapportarsi con Dio e di interpretare la relazione di Dio con l’uomo e con il mondo; è più un modo di vivere e di interpretare le relazioni dell’uomo con l’uomo e dell’uomo con la natura e con la cultura. Il modo di trattare tutte queste realtà crea uno stile, e questo stile riflette una singolare qualità che si manifesta nel gesto, nel saluto, nel tratto normale e in tutti i momenti dello stare insieme con l’altro, del vivere con l’altro e dell’essere per l'altro.
La società contemporanea ha fatto grandi progressi e conquiste nel campo della tecnica e della scienza, nei mezzi di comunicazione sociale e nell’accorciare distanze spaziali. Ma a questo progresso materiale non sempre si è accompagnato un progresso spirituale, morale e umanizzante. In effetti oggi assistiamo alle grandi e tormentate concentrazioni di solitudini, alla cultura informatica che converte moltitudini in cifre, a una dinamica della produzione e del consumo, nel quale l’aspetto personale ed etico, i valori soggettivi e i grandi spazi della comunicazione non sono sufficientemente rispettati perché non rendono né producono.
La grande secolarizzazione culturale nacque prepotentemente nel Rinascimento, allorché si sviluppò un forte movimento antropocentrico che si esaurì nel razionalismo, nell’empirismo e nello psicologismo. A partire da allora, l’io si erge come forza e come criterio decisivo, fino al punto di dividere la realtà in due blocchi: io-non io, io-tu, io-società, io-mondo, io-Dio, io-legge. La realtà si presenta segnatamente duale ed antitetica. Invece di vedere delle presenze nell’altro, nel tu, nel mondo, in Dio, nella società, si vede una resistenza che bisogna dominare, sottomettere o eliminare. In questo modo la vita umana si trasforma in un orizzonte ineludibile di incalcolabili fraintendimenti, che giungeranno alla loro massima espressione nella lotta contro l’altro, in un esacerbato ateismo, nello sfruttamento della natura attraverso la tecnica e in un individualismo irritante. Ne discende che il problema della cultura europea e occidentale consiste in uno scollamento tra realtà che sono divenute diffidenti ed ostili tra loro.
Tale situazione culturale ha prodotto un atteggiamento di diffidenza e di sospetto nei vari settori umani. L’incomunicabilità umana trova la sua giustificazione nella tradizione culturale occidentale. Esattamente quando Cartesio inizia la sua ricerca filosofica fonda il problema dell’altro partendo dalla ragione solitaria e non dalla ragione comunicativa. Francesco non fu un profeta frustrato né un demagogo di turno, né un eterodosso per convenienza, né un classico dissidente. Non levò la voce contro niente e contro nessuno, né intese riformare la Chiesa né i cristiani. Cercò di riformare se stesso e gli uomini e le donne che si univano a lui volontariamente. Il Poverello fu un cristiano radicale, non un rivoluzionario sociale.
Francesco non fu mai un cristiano amareggiato né un importuno guastafeste. Perció, non creò sospetti nella gerarchia ecclesiastica perchè si potè constatare che egli non si concedeva alla critica abituale dei cosiddetti riformatori e di coloro che si credono migliori degli altri. Egli era troppo sensibile ed umile per potersi convertire in un eretico intransigente e in un franco tiratore; egli era così fortemente fraterno che non poteva limitarsi ad essere un fustigatore implacabile della società del suo tempo. Francesco, invece, si apre all’altro, lo rispetta e lo promuove esistenzialmente. Perciò, può indicare il cammino verso un umanesimo dalle porte aperte, che, superando il sospetto e la diffidenza, è capace di presentare le condizioni di possibilità per un dialogo basato sul rispetto, sull’accoglienza e nella speranza.

2. Cammino verso l'uomo comunitario
L’interpretazione dell’uomo, tanto nella sua dimensione personale come in quella sociale, dipende dai presupposti dottrinali che la supportano. Per questa osservazione esistono tante differenti antropologie quante sono le ontologie che le configurano.
Nella scuola francescana si parte sempre da Dio, come realtà fondante, configurante ed esemplare. Ne consegue che questa visione dell’uomo si fonda sui presupposti della fede, secondo i quali l’essere umano è stato creato ad immagine del Dio uno e trino. L’uomo, infatti, in virtù dell’immagine trinitaria che porta in sè, appartiene a due mondi diversi, quello individuale e quello sociale, proprio a somiglianza dell’essere divino che è comunità di persone. L’uomo è sia per sé che per gli altri, come le persone divine sono per se stesse, ma al tempo stesso sono l’una per l’altra. Tutta l’antropologia francescana è basata su una concezione della persona come essere relazionale e vincolante.
Il francescanesimo possiede il suo proprio universo simbolico che è al tempo stesso intellettivo, affettivo, significativo, ermeneutico e operativo e che può aiutare molti uomini e donne della nostra società a vivere umanamente e cristianamente nella propria realtà e a scoprire il senso intrastorico della vita quotidiana.
Vediamo alcune forme di esistenza che potrebbero servire all’ uomo del XXI secolo, agli impegni e alla convivenza quotidiana. Sono dimensioni umane che inglobano e si comprendono a vicenda all’interno dell’ universo simbolico francescano.
a. Come imparare ad abitare. 
L’essere umano viene in questo mondo per vivere; pertanto, si prepara per tante cose: un ufficio, una carriera, un posto di lavoro, ma non gli si insegna a vivere. Per questo, talvolta la vita si presenta problematica, caotica e difficile. Si rende perciò necessaria una nuova mentalità che ci insegni a scoprire la vita come il grande sacramento quotidiano, l’esistenza come grazia, la società come fraternità e il mondo come dimora. Solo in questo modo sarà possibile compiere il salto da un quotidianità superficiale ad una quotidianità profonda. 
L’eccedenza di umanità che Francesco porta in sé può aiutare a colmare le lacune umane della nostra società. L’amore del Poverello per tutti gli esseri rappresenta qualcosa di totalmente nuovo che può giovare a fare luce nella mente e infondere coraggio esistenziale per trasformare l’opacità e l’abitudinarietà della vita quotidiana in un nuovo orizzonte di incontro, di accoglienza, di poesia e di celebrazione liberante. Soltanto chi sa apprezzare e valorizzare il dono della vita è capace di incontrarsi in profondità con la realtà e di creare una nuova esperienza personale e comunitaria in un mondo che deve convertirsi in dimora e in una casa accogliente.
b. Correggere la nostra memoria storica. 
La storia scritta e trasmessa non sempre riflette la storia reale. È cosa nota che alcuni fanno o creano quel che si chiama storia ed altri la raccontano. Ogni eroe ed ogni battaglia ha i suoi Omero, quando non ha i suoi poeti e cronisti di parte. Quel che è certo è che le storie ufficiali di ogni nazione sono redatte con mezze verità proclamate e con molte verità deformate o messe a tacere. Francesco d’Assisi, con il suo profondo senso del concreto e del finito, potrebbe aiutarci a purificare la nostra vera memoria storica, a superare il facile e comodo manicheismo interpretativo e deformante, e a promuovere una vicinanza storica all’ uomo reale, sia vincitore che vinto. Tutto questo può aiutare a fare in modo che le nazioni, i diversi gruppi e le persone in lotta tra loro possano trovare un nuovo orizzonte di comprensione e di integrazione, essendo tutti impastati di luci e di ombre. 
c. Assumere il negativo.
In una cultura in cui la razionalità pretende di spiegare ed interpretare tutto il reale alla luce del perché, del per chi e del per come, come realtà comprensibili e verificabili, non c’è posto per il negativo, ritenuto scandalo e tormento per la nostra sensibilità puritana ed espressione di irrazionalità e di nonsenso. Non v’è dubbio che la vita quotidiana è intessuta di negativo e di positivo, per il fatto che ogni persona porta con sè un angelo e un demonio, in una lotta continua che difficilmente riesce a comporre, proiettando tale conflittualità nella vita di ogni giorno. Non è possibile abbandonare o negare le negatività dell’ esistenza, se non assumendole e superandole, se davvero si desidera un’integrazione con la vita concreta. Kant, molto appropriatamente, nel suo Saggio sul male radicale, ha scritto che l’uomo è destinato al bene, ma è inclinato al male. In questa tensione agonica tra destino ed inclinazione si origina l’insoddisfazione umana, con la quale bisogna fare pur sempre i conti. 
d. Superare la categoria della conflittualità.
Tutte le società hanno generato gruppi di persone escluse ed emarginate, che poi non hanno saputo né accogliere né sopportare. Esistono sempre dei lebbrosi e degli appestati che devono essere isolati e separati, come esistono sempre gli inseparabili eterodossi dell’ordine costituito che bisogna sottomettere o annientare. Il XIII secolo è un secolo di gerarchizzazione e di globalità. La stessa Chiesa si sforza di ammassare tutti i cristiani in una stessa struttura, benché ci siano delle esclusioni: eretici, giudei, lebbrosi etc. Francesco sta al di sopra e molto al di là dei gruppi antagonisti e rivali. Nel suo vivido universo, sentito e proclamato, non esiste la dialettica amico-nemico o amico-avversario o rivale, ma semplicemente la categoria evangelica di fratello e sorella, unica forma socialmente desiderabile ed esistenzialmente necessaria per giungere a una vera e credibile convivialità. Egli scrive a tutti i fedeli, a tutti i chierici, a tutti i governanti. Nel capitolo 23 della Regola non bollata c’è un testo essenziale nel quale Francesco mette sullo stesso piano tutti i gruppi del suo tempo senza preoccuparsi se siano socialmente privilegiati o esclusi, favoriti o sfavoriti socialmente. A Francesco sta a cuore l’ uomo concreto al di sopra della classificazione sociale e delle connotazioni convenzionali.
La dinamica della nostra società crea inevitabilmente il nemico necessario, che bisogna eliminare come ostacolo. Per il giacobino il male è il sacerdote, per il comunista il nemico del popolo è il borghese e per il nazista è l’ebreo. Come può vivere una nazione, un gruppo, un settore sociale senza un nemico reale o immaginario? Di solito il nemico è colui che deve essere eliminato come un ostacolo, un pretesto convenzionale perché il gruppo sociale possa giustificare la sua esistenza e il suo modo di agire. Francesco si colloca molto oltre le differenze antagoniste e rivali per incontrarsi con l’essenziale dell’uomo e con i suoi problemi. Per questo egli fu un profeta della pace, dell’ armonia e della cultura conviviale.
e. La riscoperta della gratuità.
Viviamo in una civiltà contrassegnata da un continuo produrre, in cui si può comprare o vendere quasi tutto: lavoro, merci, alimenti, vestiti, spettacoli, viaggi, cittadinanza, persone, etc. La nostra è una società in cui tutto si trasforma in merce, in essa non c’è posto per la gratuità, anche perché ciò che è gratuito è stimato o di nessun valore o è solo propaganda. 
Ovviamente quando tutto nella vita ha la sua tariffa, non c’è spazio per le cose supreme. Dio, la vita, i campi, i mari, le montagne, il sole, la luna, le stelle, i fiori, gli astri sono realtà gratuite ma non superflue, e non sono facili da scoprire e da contemplare da chi ha uno spirito commerciale e possessivo. Francesco, radicalmente affrancato da ogni faccenda accaparratrice e consumistica, scoprì l’intero universo come dono divino. Ma non solamente Dio è gratuito, bensì tutto l’universo è un meraviglioso orizzonte di presenze gratuite, che bisogna saper vedere, scoprire e celebrare. Il Santo di Assisi alla società di oggi e di domani offre una cultura dell’ascesi; grazie ad essa l’uomo moderno potrà scoprire il volto gratuito della vita e potrà imparare a ringraziare e a rivestirsi di simpatia, di cortesia e di amabilità, sentieri necessari per un’utopia del quotidiano. 
f. Essere accoglienti e comunicativi.
Per molto tempo si sono esorcizzati, divinizzati o demonizzati gruppi umani, classi sociali, ceti di persone, quasi come dei centri ipostatizzati di cattiveria o di bontà. Ma dopo la caduta del mito delle classi buone e cattive bisogna aprirsi alla dinamica di una relazione più personalizzata, anche se bisogna salvare tutta la società. All’atteggiamento di rifiuto e di sospetto bisogna opporre un’azione di accoglienza, di collaborazione e di partecipazione. Pertanto, il nostro prossimo futuro non ci chiederà tanto l’eroismo della ragione quanto l’eroismo della volontà, grazie a quella rara virtù che si chiama magnanimità. Solo gli spiriti magnanimi potranno levare un canto nuovo sulla terra. 
I francescani, nel corso della storia e seguendo l’esempio di Francesco con i lebbrosi, si sono preoccupati in modo speciale dell’ accoglienza dell’altro, soprattutto dei più declassati ed emarginati, con le più svariate modalità di beneficenza e di opere di misericordia. Ma, i francescani sono stati anche i principali difensori della verità che la salvezza non riguarda solo la persona, ma l’umanità e la creazione intera. Nel nostro tempo l’uomo deve sentirsi protagonista attivo nella trasformazione della società. Non bisogna favorire una neutralità di comodo né complici evasioni, ma un’azione promotrice ed operativa, che sappia gestire e realizzarsi a partire dalle possibilità più reali di ogni persona e di ogni gruppo. 
Max Scheler ha indicato come il primato del sangue, il primato della forza e il primato dell’economia abbiano caratterizzato i tre grandi periodi della storia umana. Forse, al futuro immediato, è riservato il primato della cultura dell’amore, della cordialità e delle porte aperte, nel quale tutti si sentono accolti; dove il sangue, la forza e l’economia siano sostituiti dal seguente decalogo: rispetto, accoglienza, amabilità, cortesia, benevolenza, tenerezza, simpatia, ottimismo, gioia e dialogo. In questo nuovo universo «amici e nemici si incontrano nella stessa categoria davanti all’amore, categoria che dà all’essere vivente somiglianza con Dio», come direbbe J. Duns Scoto (Ordinatio III, d. 30, q. un. n. 14).

3. Cammino verso la civiltà della pace
Viviamo in una società che mostra una chiara ed aperta competitività nel potere, nel sapere e nell’avere; nella quale si manifestano rivalità, aggressività e violenza; la violenza praticata in forme brutali o con modi raffinati ed eleganti. Ogni giorno i mezzi di comunicazione sociale ci abituano a convivere con uno stato anormale di violenza e di oppressione. La violenza poi si presenta in mille forme: culturale, politica, ideologica, religiosa, economica, propagandistica, giuridica, pedagogica, etc. Infatti, si ferisce non solo con le armi, ma anche con le parole umilianti, con gesti dissacranti, con modi incivili, con pretese arroganti e squilibrate. Così si violano i diritti più elementari (vita, lavoro, casa, alimentazione, famiglia), come pure il rispetto, il pudore, la propria sensibilità, l’ intimità e i sentimenti più profondi. Si pratica la violenza come passione o come godimento o come sport, e si trasmette come notizia quotizzabile o come propaganda. 
Per S. Francesco, infatti, la pace non costituisce un imperativo categorico, un dovere da compiere dalla volontà illuminata dalla ragione, non è il risultato di un impulso generoso proprio di uno spirito romantico e pietoso. Si tratta, invece, di un dovere e di un imperativo che nasce dalla fede viva e dal grande anelito di poter godere di questo grande dono messianico. Egli, così, comprese che la pace è un valore assoluto, che richiede le più grandi forze ed energie spirituali ed umane di ogni uomo di buona volontà.
Da questa vissuta convinzione del fondatore della Famiglia francescana prese carne nei suoi seguaci la scelta di difendere i diritti umani e di aiutare i più bisognosi, come ben dimostrano gli otto secoli della sua storia. Anche nei pensatori più indipendenti del francescanesimo, si rileva una predilezione particolare per un’antropologia relazionale e la difesa del diritto soggettivo. Bonaventura, Pietro Olivi, R. Bacone, G. D. Scoto e G. Ockham, etc. elaborano una filosofia, una teologia e vari principi giuridici interessantissimi e molto apprezzati per una nuova comprensione e una rinascita dei diritti della persona nei quali convengono e si ritrovano i trattati internazionali. Pertanto, la filosofia del diritto, che attualmente è predominante nei trattati internazionali, è fondata sul concetto di individuo, che risale a Rousseau, potrebbe essere sostituita da una nuova filosofia del diritto basata sulla persona, che è comunità, ed è colta secondo il modello personalistico del mistero trinitario. Si rende, perciò, necessario introdurre nel circuito culturale la possibilità che la dottrina sociale e la filosofia del diritto s’incontrino nella Trinità (cf. la mia conferenza tenuta alla Pontificia Università di Salamanca La Trinidad, para digma de vida comunitaria en S. Buenaventura, pubblicata in "Estudios Trinitarios" 30, 1996, 3-34).
Francesco d’ Assisi e la spiritualità francescana possono contribuire a creare un mondo più pacifico, unificato e fraterno attraverso i seguenti principi e comportamenti:
a. Bisogna riconoscere la dignità dell’altro in quanto è immagine di Dio e perciò, non riducibile ad oggetto, ad una merce né ad uno strumento da utilizzare ed usare per i propri bisogni, capricci ed egoismi. Solo un’idea alta dell’uomo plasma società adulte, veramente libere, ponendo le fondamenta per una democrazia reale e duratura.
b. L’uomo è un essere strutturalmente relazionale chiamato a vivere in comunità, essendo stato creato ad immagine del mistero trinitario. Di qui il dovere di riconoscere tutti i diritti dell’altro, del diverso, che non è un nemico bensì un fratello. Nella comunità umana tutti siamo necessari e tuttavia nessuno è indispensabile.
c. Le leggi che devono governare nella nostra società sono: il rispetto come metodo, la cortesia come stile e la carità come norma. Ma bisogna sempre partire dalla giustizia, bisogna aspirare sempre all’amore gratuito e senza ricompense, e alla celebrazione della carità.
d. La persona umana è un homo viator che vive nel tempo, ma aspira all’eternità. Occorre difendere e promuovere la terra, senza dimenticare che il nostro destino ultimo non si compie qui sulla terra. Bisogna saper relativizzare e sdrammatizzare tutto ciò che è costitutivamente temporale. L’esistenza è passaggio e non possesso. 
e. Assumere le negatività e i limiti dell’altro, perché solo Dio è assoluto. L’uomo è una grande possibilità, ma è pur sempre limitato; è luce, ma circondato da ombre. La più grande ascesi consiste nell’accettazione dell’altro così come egli è e si presenta. In un mondo che predica l’uguaglianza, è indispensabile mettersi al servizio dei più bisognosi e dei meno favoriti umanamente e socialmente. Quando smettiamo di essere narcisisti ci apriamo alla realtà e alla complementarietà dell’altro.
f. Davanti alle aggressività e alle tensioni che si accumulano nella vita quotidiana non esiste miglior rimedio che un atteggiamento positivo di comunicazione e di partecipazione gioiosa ed allegra. Nelle relazioni interpersonali alla festa deve essere riservato un posto privilegiato. Per questo, alle relazioni troppo possessive della maggior parte dei cittadini bisogna contrapporre relazioni gratuite, gioiose e generose.
Infine, lo spirito francescano, il suo messaggio e il suo carisma possono insegnare agli abitanti del futuro a vivere l’utopia della pace quando ci apriamo all’esperienza della magnanimità e a mettere in pratica lo spirito della benevolenza evangelica.

4. Cammino verso l'armonia con la natura
Francesco d’ Assisi non si pose mai il problema tra soggettività ed oggettività, tra interiorità ed esteriorità, tra l’io e il mondo. La sua grande preoccupazione fu sempre quella di vivere la vita come un grande segno, un sacramento, perché tutto è grazia. Con questo sentimento così rorido di gratuità si relaziona con tutti gli esseri, partecipa con loro, celebra con loro e perfino sente con loro. Qui non appare nessun tipo di dualismo o di aporia filosofica o psicologica tra l’io e il mondo, tra l’io e l’altro, tra l’io e la vita. Tale problematica interessa fondamentalmente coloro che pensano più che vivere, che analizzano più che sintetizzare. Il cittadino di Assisi visse spontaneamente un dialogo creatore con tutte le realtà umane e mondane. Visse la grande alleanza messianica senza solenni atteggiamenti né annunci roventi, ma con la semplicità sconcertante di un uomo completamente libero, unificato ed armonizzato. Egli non fu un eremita della delusione quotidiana, né un romantico occasionale forgiato dalla moda di turno. Così non difese solo una parte della creazione obliandone altre. Egli si fece semplicemente difensore e cantore di tutta la natura, perché nella sua interezza, essa riflette ed è specchio della grande presenza: Dio, altissimo, onnipotente e sommo bene, che garantisce tanto gli esseri grandiosi, come il sole, la luna, le stelle, gli oceani, quanto gli enti più umili e nascosti, come gli atomi, le violette o i fuscelli del camino.
Frate Francesco non si pose davanti alla natura con spirito pauroso, come se la realtà tutta fosse abitata da spiriti minacciosi da placare e a cui obbedire. Questo atteggiamento corrisponde ad un sentire eccessivamente arcaico che non ha superato l’animismo primitivo. Tuttavia, non fu uno spirito romantico proiettando i propri sentimenti sulla natura. Il romanticismo è una caratteristica della soggettività moderna, che si serve della natura per scendere nelle profondità della propria coscienza e nei propri sentimenti. Certamente, tanto il mondo arcaico, nel suo timore, come il romantico nella sua tumultuosa affettività, non ascoltano la voce della natura, ma piuttosto proiettano su di essa le proprie paure o i propri sentimenti. In S. Francesco c’è la volontà autentica di ascoltare tutta la creazione, nella quale egli percepisce la voce segreta e il silenzio sonoro di Dio creatore, padre di tutti gli esseri; in questo silenzio fecondo e partecipativo egli può cantare con tutti gli esseri l’autore della creazione. Chi canta, celebra; chi celebra, partecipa; chi partecipa, non distrugge.
Il Cantico delle creature è espressione della vita di un uomo che è riuscito a fare la difficilissima sintesi esistenziale dell’armonia con se stesso, nonostante le proprie contraddizioni interiori; del legame con Dio, nonostante i suoi silenzi e le sue prove; della fraternità con gli uomini, nonostante le violenze e le aggressività quotidiane; della comunione con tutte le creature, nonostante le proprie resistenze ed opacità. In questo cantico si trova una singolare armonia tra archeologia interiore ed ecologia esteriore; simbolo di ciò che difetta nell’ uomo moderno e paradigma per imparare ad abitare nel mondo e a coabitare pacificamente con gli altri e con l’Altro.
Quando dal vivace mondo di S. Francesco si passa al mondo interpretato dai pensatori francescani ci imbattiamo in un orizzonte comune, che si allarga nella dimensione filosofico-teologico-mistica. A questo punto l’universo spirituale di Francesco non è trasformato né deformato, ma solo trasceso in una poderosa sintesi mentale ed affettiva nella quale Dio, l’uomo e il mondo si presentano magistralmente articolati ed interrelazionati in un luminoso e coerente sistema metafisico.
Chi sa rinunciare al tempo troverà la gratuità nel tempo. Una morale della frugalità e un’ascesi delle cose aiuteranno l’uomo ad instaurare una relazione più personale, libera ed umana con tutti gli esseri, ad addomesticare l’istinto dell’avere e a poter fruire della gratuità della creazione. Così, soltanto chi è capace di dire no alla società del superfluo e del consumismo potrà godere della libertà e dell’autentico valore dell’esistenza vera, che è coesistenza degli uomini con la natura e con tutte le creature che le appartengono.

In chiave francescana ardisco fare alcune proposte per un’ecologia operativa in un futuro immediato: 
a. Scoprire e rispettare tutto l’universo come il nostro orizzonte vitale e necessario, rendendo giustizia alla natura e a tutti gli esseri che sono in essa.
b. Condividere fraternamente i beni e gli esseri della creazione con tutti gli uomini, giacché tutti formiamo una fraternità. In questo modo faremo giustizia agli uomini fratelli più deboli o meno fortunati o ignoranti.
c. Mettere insieme tutti i nostri sforzi per creare una pace universale con tutti gli uomini e con tutte le creature e gli enti della natura. Soltanto una simpatia disinteressata potrà trasformare le nostre relazioni egoistiche.
d. Umanizzare la natura attraverso la tecnica. Ma per questo è necessario sostituire le tecniche di morte e trasformare le cose pericolose in altre più sane ed umanizzanti.
e. Proclamare e difendere una Magna Charta sui diritti della natura come realtà vivente.
f. Contrastare con tutti gli strumenti possibili: tecnici, economici, politici, culturali, etici e religiosi ogni tipo e forma di distruzione o di morte di parte o intere regioni dell’ universo, e allo stesso modo all’estinzione di specie della flora e della fauna.
g. Risanare gli ambienti pericolosamente contaminati, come gli oceani, i mari, i fiumi, le montagne, le foreste, etc. e rivitalizzare tutte le terre sfruttate e aride.
h. Promuovere una pedagogia ecologica che insegni agli uomini l’arte di stare nel mondo e di trattare gli esseri e le cose. Una pedagogia che ominizzi gli esseri irrazionali ed umanizzi le nostre relazioni con le cose.
i. Lavorare per la creazione di un sistema alternativo, nel quale sia sostituito il concetto di progresso misurabile in termini quantitativi di possesso e di gestione egoista con il concetto di progresso basato sulla promozione della qualità della vita.
l. Passare dall’ utilitarismo cosmico alla celebrazione cosmica. Per questo bisogna promuovere una cultura ecologica basata sull’amore, il rispetto e la giustizia. In questo modo faremo del mondo la nostra propria accogliente dimora nella quale possiamo imparare a stare, a vivere, a condividere e a celebrare.

5. Cammino verso una cultura ludica o dell'umanesimo gioioso
Francesco, con il suo canto e con la sua vita armoniosa e redenta, anticipa e preannuncia un mondo nuovo. Egli è il precursore di una nuova cultura festiva e gioiosa. In tal modo nella realizzazione del suo messaggio è già presente il futuro. La letizia francescana si fonda e si nutre della metafisica dell’amore e di una antropologia relazionale. Il Dio-amore è garanzia fondata in una nuova promessa che non defrauda, e ha, allo stesso tempo, una dimensione sociale e vincolante. Essa è costruttiva e creatrice.
La cultura della gioia sa sdrammatizzare, è il sale della ragione e il segreto della vita felice.
Conosce la saggia ironia perché è cosciente della grande limitatezza umana. Sa giocare con la comicità per esorcizzare il falso. È capace di sorridere davanti alle cose troppo umane perché ha la chiara consapevolezza che solo Dio è perfetto. Sa donare una tonalità particolare e costruttiva alle relazioni interpersonali, troppo spesso cariche di tensioni e di nervosismo. Supera la convenzionalità della vita quotidiana ed è capace di dar vita ad una nuova forma di esistenza più umana ed umanizzante. La dimensione ludica non è in contraddizione con l’ascesi evangelica e le esigenze della croce, bensì le presuppone. La rinuncia e l’ascesi francescana non derivano da una fatica vitale né da un pessimismo esistenziale, ma dal desiderio di vivere e dalla gioia di esistere. Molto giustamente dice P. Prini che «l’ascetismo francescano non è un ascetismo eudemonologico. È l’ascetismo della perfetta letizia» (La scelta di essere, Roma 1982, 97). Si tratta di un’ascesi praticata nella gioia e nel desiderio di vivere, non nella tristezza e nel fastidio. La pratica francescana della rinuncia e della povertà, come scelta di vita, è una contestazione profetica del pragmatismo economico e dello spirito borghese. Sottolineando il primato dell’essere sull’avere si pone in atteggiamento di frontiera dinanzi alla società consumistica e produttivistica. La povertà vitale per S. Francesco non era la caduta nella miseria né il soccombere allo spirito errante e indolente. La povertà era l’irrefrenabile celebrazione dell’altissima dignità dell’uomo che ha superato la reificazione ed ha incontrato la pienezza di una esistenza realizzata in Dio, creatore dell’universo.
La letizia cantata e vissuta da S. Francesco, non disgiunta da una ascesi liberatrice ed umanizzante, non è una semplice esortazione morale né espressione ludica della banalità, bensì la dimostrazione raggiunta da un esito di liberazione, al quale hanno anelato e preteso di arrivare le filosofie di tutti i tempi: la verità dell’essere dell’uomo. Verità che si manifesta nella trasparenza del proprio essere fino alla vetta e molto oltre l’avere, il consumare, e il fare. In questo modo l’uomo ha guadagnato il suo vero giusto posto nel mondo. La creazione di una nuova cultura e di una società rinnovata sarà possibile soltanto se gli stimoli del potere, del guadagno, dello sfruttamento, dell’antagonismo e del materialismo saranno sostituiti da quelli dell’essere, del condividere, comunicare, vivere e celebrare; se il carattere commerciale della nostra società sarà rimpiazzato dal carattere creativo e festivo; se la religione della tecnica sarà sostituita dalla religione dell’amore e del dono gratuito.

Considerazione finale
Intenzionalmente in queste pagine si è voluto evitare di presentare un sistema dottrinale del francescanesimo, preferendo segnalare un atteggiamento ed una direzione esistenziale, sociale e culturale che possano orientare l’uomo contemporaneo. Senza difendere uno sforzo prometeico, bisogna riconoscere il protagonismo dell’uomo nella costruzione della storia e della cultura. Lo stesso Scoto sostiene che Dio è in ciascun uomo nella misura in cui questi gli permette di stare. La stessa cosa può dirsi se la società e la cultura diventeranno come l’uomo le propone. Il futuro non è una continuazione distaccata e senza conseguenze del presente. Di qui l’urgenza di classificare i grandi valori e i principi umanizzanti e la generosità con il presente.
L’umanesimo francescano offre i presupposti antropologici e culturali per costituire la desiderata fraternità globale. Questo umanesimo è in grado di offrire alla società del futuro una visione e una interrelazione sinfonica e dinamica tra gli uomini, tra la natura e Dio. Tuttavia, gli attori o i promotori del francescanesimo debbono avere la virtù di osare e di non ripiegarsi timidamente su se stessi. Devono prestare molta attenzione alla vita, come fece S. Francesco, e mettere in atto una filosofia dell’ascolto, della meraviglia e dello stupore dinanzi all’esistenza quotidiana. Occorre avere una visione trasparente di fronte alla cultura dominante per saper distinguere i valori e i disvalori presenti. Al tempo stesso occorre aver molta attenzione alle culture emergenti e avere il coraggio di essere creatori e forgiatori di nuove forme di esistenza nella società. Attualmente la scienza e la tecnica chiedono con urgenza una speciale attenzione ed un dialogo. 
Il vero francescano ama le diverse realtà: il mondo o natura, gli uomini e Dio perché tutte insieme costituiscono la verità sinfonica. Talvolta il cammino più diretto del francescanesimo nella società del futuro sarà smascherare le false apparenze e presentare, grazie alla letizia e alla cortesia, la semplicità del vivere, giacché, alla fine dei conti, il grande problema sta nel cercare di essere semplici, che è la cifra di ciò che ci manca. Abbiamo bisogno dell’umanesimo della gioia innocente per costruire la fraternità globale.

martedì 23 maggio 2017

Francesco "capo e madre dell'Ordine". Un interessante articolo sulla dedicazione della Basilica assisana in cui è sepolto il Poverello

Nel primo numero del 2004, in occasione del 750° anniversario della dedicazione della Basilica di S. Francesco in Assisi, la rivista "San Francesco patrono d'Italia" pubblicava sotto il titolo 1253: Innocenzo consacrò la Basilica di San Francesco. A 750 anni di distanza un interessante articolo di fr. Pasquale Magro, minore conventuale maltese, allora Direttore della Biblioteca del Sacro Convento e del Museo del Tesoro della medesima Basilica assisana, che si ripropone.




Nicola da Calvi, frate francescano cappellano e confessore di Innocenzo IV, poi vescovo di Assisi (1247-1273) così racconta la cerimonia della dedicazione della basilica di San Francesco in Assisi: «Innocenzo IV ha dimorato con tutta la curia per tutta quella estate del 1253 (dalla domenica in albis: 27 aprile a lunedì 6 ottobre) nel luogo del beato confessore Francesco, dove riposa il suo santissimo corpo. Su consiglio dei frati aveva stabilito che la consacrazione della chiesa era da tenersi la domenica precedente la festa dell'Ascensione del Signore. Arrivato il giorno fissato, è stata dallo stesso Pontefice consacrata la chiesa e gli altari, presenti molti vescovi. Sia per il luogo devoto come per reverenza al Sommo Pontefice consacrante, tanto grande fu la folla di popolo, di prelati, di religiosi, di chierici, di uomini, di donne e piccoli, accorsa da regioni lontane come da quelle vicine, che nessuno poteva numerarla. Le valli e i colli, la pianura e la stessa città di Assisi ne erano stracolmi. Il Papa ha concesso agli intervenuti ampio perdono e indulgenze per i peccati. Lo stesso signor Papa ha poi ordinato che la festa della consacrazione fosse celebrata annualmente nella domenica prima dell'Ascensione» (Niccolo da Calvi e la sua Vita d'Innocenzo IV con una breve introduzione sulla istoriografia pontificia nei secoli XIII e XIV per F. Pagnotti, Roma, R.  Società Romana di Storia Patria, 1898, p. 110).


A nome di tutta la cristianità: un tempio per grazia ricevuta
Dedicato a Dio in memoria di Francesco d'Assisi (1182-1226), il santuario sepolcrale rimarrà nei secoli la risposta artistica più compiuta del mondo cristiano guidato dai pontefici romani, al desiderio espresso da Fra Elia vicario del santo, nella lettera enciclica per la morte del Patriarca: «Custodite il ricordo del Padre e Fratello nostro Francesco, a lode e gloria di Colui che lo ha reso grande fra gli uomini e lo ha glorificato tra gli angeli» [7: FF 311]. Gregorio IX, eletto Papa cinque mesi dopo la morte di Francesco, il 29 aprile 1228 diresse la bolla con l'ordine di costruzione (construatur) della chiesa in cui deporre il corpo di Francesco a tutta la cristianità (universis christifidelibus); non quindi al ministro generale dei francescani Giovanni Buralli da Parma, non al vescovo Guido II o al Podestà della città. Quello di Assisi doveva rimanere "il" tempio votivo che la cristianità ha eretto "per grazia ricevuta" da Dio che le aveva mandato Francesco. Bonaventura da Bagnoregio così introdurrà le sue vite di Francesco: «È apparsa la grazia di Dio in questi ultimi tempi nel suo servo Francesco» [LMag Prologo 1: FF 1020]!
Non si può provare con documenti antichi che la chiesa sia dedicata alla Vergine, come si dice e si scrive a partire forse dal 1704 da Francesco Maria Angeli. Il santuario non consta di due chiese, ma di "una chiesa doppia" avente classicamente: 1) cripta o vano cimiteriale con cella funeraria o "confessione" (ampliata purtroppo tra il 1818-26) e 2) chiesa con vera e propria funzione liturgica.
Fino al 1749 l'unica cattedra pontificia nel piano superiore marcava liturgicamente l'unicità del dittico architettonico e quindi dell'unica dedicazione a San Francesco. Ancora nel Cinquecento fra Ludovico da Pietralunga non accenna ad altra intitolazione della chiesa, anche se non ignora significati simbolici mariani dell'edificio materiale in quanto dimora, casa, palazzo di Dio. Neanche il coevo fra Pietro Ridolfi da Tossignano distingue due chiese a proposito di intitolazioni. Arrivando a trattare del santuario di Assisi, egli intitola il capitolo: De tempio Assisii Beato Francisco dicato. La bolla del consacrante Innocenzo IV Si populus israeliticus (11 giugno 1253) non lascia dubbi: «Desiderosi che la chiesa, costruita in onore del beatissimo confessore di Cristo Francesco assisiate, in cui riposa il suo prezioso corpo splendente di molti miracoli, e che noi stessi abbiamo dedicato ad onore di Dio e del suo confessore, venisse debitamente onorata...». Il fatto che il 21 novembre 1898, l'altare del piano superiore — spostato in avanti dal centro della crociera per problemi di staticità — fu consacrato dal vescovo De Persis ancora «in onore della Natività della beatissima e sempre vergine Maria Immacolata...» non invalida l'originaria intitolazione.
A partire dal Seicento, la perdita di originarie intenzioni ha prodotto in basilica ben più gravi mali. Chi insiste sull'intitolazione mariana ignora che già l'altare del transetto nord è intitolato a "Maria degli apostoli"; la sovrastante vetrata dov'è raffigurata l'Ascensione di Gesù con Maria e gli Apostoli conferma tale consapevolezza, confermata del resto ancora dalla presenza di una tela titolare con lo stesso soggetto mariano-apostolico, rimosso dall'altare dal Cavalcaselle nel 1870. Le incisioni del Mariani (1820-30) ne fanno fede.
L'argomento iconografico per l'originaria intitolazione unica del tempio sepolcrale di San Francesco è ravvisabile nell'immagine del santo accanto a quelle tradizionali e comuni a tutte le chiese, in oriente e occidente, della deesis o intercessione, al centro della volta della chiesa superiore, con il Salvatore, Maria e Giovanni Battista. Il quarto posto, spettante al titolare, ad Assisi è riservato a Francesco. Dante Alighieri se ne ispirò per coronare la Commedia: anche in questa Francesco occupa il posto gerarchico riservatogli ad Assisi dal romano Jacopo Torriti, su indicazione mirata di papi e frati.



Francesco capo e madre dell'Ordine
Quando ancora non esisteva il piano superiore e ad un mese dalla traslazione del corpo del Santo nella nuova e definitiva tomba, il 22 aprile 1230 il papa fondatore Gregorio IX dichiarò il santuario «capo e madre dell'Ordine francescano». Questo era un titolo riservato alla lateranense basilica dedicata al SS. Salvatore e cattedra del Papa e quindi "Capo e Madre" di tutte le chiese cristiane. Non era quindi la bellezza artistica architettonica e decorativa straordinaria del tempio assisiate compiuto che ha meritato tale titolo onorifico all'edificio. Nemmeno la sua posizione cronologica nella mappa degli insediamenti francescani primitivi. È Francesco, da glorificare quale "capo e la madre" dell'Ordine. Egli precede ed eccelle su ogni "luogo francescano" che senza di lui non può essere chiamato tale, anche se ne è più antico. È lui che trasmette carisma al luogo che diventa quindi "francescano" per la sua presenza santificatrice. Da quando esiste il santo "testimone" del Dio cristiano (in greco: martire) il suo sepolcro ne rimane il testimone-memoriale per eccellenza (martirion). Vittricio di Rouen ha scritto: «L'uomo di Dio muore; ma rimane in piedi nel cuore dei credenti». Sofia Boesch Gasano insegna: «Il corpo è la realtà fisica in cui si iscrive il percorso spirituale (...). Il corpo del Santo vivo è già un corpo santo. E ogni santo continua a vivere nel suo corpo morto. La tomba del santo è il luogo privilegiato dell'incontro tra divino e umano» (La santità, Bari 1999, p. 20).
Lungo i secoli ad Assisi nacque la credenza che Francesco era nella cella sotterranea "vivo e in piedi". False profezie duecentesche di frati spirituali gioachimiti ne avevano preparato l'humus di crescita, parlando di "Francesco risorto"! Nel Seicento, quando l'Ordine francescano causa fratture interne seguite da campanilismi creatori di centri spirituali contrapposti nella stessa Assisi, il francescano recolletto Lucas Wadding precisava: «A dire la verità per antichità capo è il Convento di Santa Maria degli Angeli e madre per l'istituzione là della religione, ma quello di Assisi per privilegio pontificio gode di ambedue i titoli per dignità e autorità e primeggia ("praecellit") su tutti per il tesoro del Corpo del Patriarca che custodisce». Non sono le pietre più antiche che danno prestigio spirituale ad un luogo ma la presenza fisica in esso della persona santa, nel nostro caso di Francesco d'Assisi. Là dove all'origine non c'è un corpo santo si inventa una "leggenda di fondazione" per materializzare una santa presenza tramite una epifania... È un tentativo di esorcizzare una mentalità feticistica del santuario. 



Il santuario francescano e la costruzione del regno
Nel 1261, il vescovo di Pisa Federico Visconti (aveva conosciuto personalmente Francesco che predicava la pace sulla piazza maggiore di Bologna nel 1222) così scrisse della chiesa di San Francesco: «L'uomo dello spirito deve incoraggiare il peccatore alla confessione, e dopo averlo confessato, alla soddisfazione. Così deve spingerlo a fare opere di penitenza, ad andare cioè in pellegrinaggio oltremare al Sepolcro di Cristo o a quello di San Giacomo a Compostella o a quello di San Pietro a Roma o a quello di San Francesco ad Assisi. Quanti sono oggi gli uomini e le donne che hanno visitato il San Francesco ad Assisi, in vista del perdono dei loro peccati, e giustamente, perché glorioso appare il santo nel nostro tempo e perché gloriosa e bellissima e spaziosa è la sua chiesa che il Signore nostro papa Innocenzo IV dotò ed arricchì di grandi privilegi e molti tesori. E così devono essere le chiese di tanti santi, che cioè l'animo goda nell'andarvi in visita, fermarvisi e anche nel voler ritornarvi frequentemente» ("Archivium Franciscanum Historicum", 1908, 653).
Dignità liturgica e giuridica nonché funzione pastorale della Basilica di Assisi sono emanazione della "presenza fisica" e "potenza taumaturgica" del santo sepolto nel suo grembo (P. Brown, Il culto dei santi, Torino 1983, 122-177). Non sono le indulgenze concesse a pie pratiche nel luogo (spesso anche in funzione finanziaria) che ne costituiscono la ragion d'essere ma l'incontro con l'eminente Santo là sepolto.
Ad Assisi, i compagni della prima ora, la nobile romana Jacopa dei Settesoli, vi sono sepolti volendo rimanere anche in morte accanto al Patriarca. Oringa Menabuoi facendovi nel 1279 esperienza d'incubazione (dormendo nel Santuario ha ottenuto rivelazioni e guarigioni) vi ebbe la visione della Gerusalemme celeste. Angela da Foligno, convertita e confessata nel duomo di Foligno (1285) ebbe in basilica la celebre visione del Cristo parlante dalla vetrata istoriata (1291), venuta ad Assisi per chiedere personalmente al Santo la grazia dell'imitazione nella povertà evangelica. Quanto la chiesa di San Francesco costituisse il polo spirituale primario di ogni anima francescana lo rivela poi il fatto della mistica partecipazione di Chiara d'Assisi alla liturgia ivi cantata nella notte di Natale del 1252, ultimo della sua vita.
Tutte le chiese cristiane sono luoghi della presenza santa di Dio e dei suoi santi. Quella di Assisi è "la" chiesa dedicata a colui che il Crocifisso di San Damiano aveva mandato a ricostruire la "chiesa in rovina". Lo ricordava Gregorio IX nella suddetta bolla di fondazione: «Ricordando come la santa piantagione dell'ordine dei frati minori incominciò e meravigliosamente crebbe, sotto il beato Francesco di santa memoria, spandendo ovunque, per grazia di Gesù Cristo, i fiori e il profumo di una vita santa, così che il decoro della santa religione sembra venire dall'ordine sopraddetto; ci è sembrata cosa degna e conveniente che per reverenza verso lo stesso padre venga edificata ma "specialis ecclesia" nella quale si debba deporre il suo corpo».
San Bonaventura esprime con queste parole l'opera di ricostruzione che Francesco aveva compiuto in sé per mettersi in forma di fronte ai destinatari della sua parola intesa a restaurare la chiesa viva del tempo: «[Francesco] come una pietra destinata all'edificio della Gerusalemme celeste, era stato squadrato dai colpi della prova, per mezzo delle sue molte e tormentose infermità, e come materia duttile, era stato ridotto all'ultima perfezione sotto il martello di numerose tribolazioni» (Leggenda maggiore 14, 3: FF 1239).
Ad Assisi il "santuario" è in primis Francesco, costruito sul modello evangelico del Verbo incarnato e crocifisso, il "tempio cristiano" cristiano per antonomasia (Mt 26,61). Ogni tempio di pietra è funzionale alla costruzione del tempio vivo che è l'umanità che accoglie il Verbo. Insegnava in una omelia Agostino di Ippona: «la dedicazione della casa di preghiera è la festa della nostra comunità. Questo edificio è divenuto la casa del nostro culto. Ma noi stessi siamo casa di Dio. Veniamo costruiti in questo mondo e saremo dedicati solennemente alla fine dei secoli. Quello che qui avveniva mentre questa casa s'innalzava, si rinnova per i credenti in Cristo... Quando vengono catechizzati, battezzati, formati, sono come sgrossati, squadrati, levigati fra le mani degli artigiani e dei costruttori» (Sermone 336, PL 38,1471).

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

domenica 21 maggio 2017

Un luogo in cui "innamorarsi di Cristo, come Francesco, deponendo l’abito dell’egoismo, per rivestire quello di un’esistenza spesa nell’amore". Omelia del Vescovo di Assisi in occasione della inaugurazione del "Santuario della spoliazione" il 20 maggio 2017

Sabato 20 maggio 2017, durante la Messa in occasione della inaugurazione del "Santuario della spoliazione" presso la Chiesa di Santa Maria Maggiore in Assisi, l'Arcivescovo-Vescovo di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino Mons. Domenico Sorrentino ha tenuto la seguente omelia:

Santuario della spogliazione. Un evento di  ottocento anni fa, che si fa per noi messaggio e profezia.      
Purtroppo la “filosofia” di Pietro di Bernardone – il padre di Francesco che gli chiuse il cuore fino a privarlo dell’eredità, – continua a imperversare. È l’adorazione del dio-denaro, che convoca pochi eletti al suo tempio dorato, per lasciare una moltitudine in preda alla miseria. È lo scandalo di un mondo fatto da un  pugno di “sopravvestiti” che guazzano nell’effimero e un mondo di “spogliati” condannati alla disperazione. 
Il nuovo Santuario, ha scritto papa Francesco, nasce come “profezia di una società più giusta e solidale”.
Il giovane assisano che fece il gesto clamoroso di spogliarsi di tutti i beni, fino a rimanere nudo, non recitava un dramma letterario, gettava le fondamenta di un mondo nuovo. 
Il Santuario che, a ricordo di quell’evento, oggi viene inaugurato, è fatto per stimolare tutti a una riflessione radicale sul senso della vita.
È  di questo, infatti, che si tratta. Francesco d’Assisi ci conduce a un bivio. Ci pone di fronte a un aut aut. Ci obbliga a pensare e a decidere da che parte stiamo. Quello della “spogliazione” è un gesto che inquieta. Ha a che fare con la vita, con il senso dell’umano, con il futuro della società.

Ha un senso speciale per noi discepoli di Cristo. Vi si può leggere una dimensione battesimale. Si radica infatti in quel duplice movimento di immersione ed emersione, di spogliazione e rivestimento, che dà inizio alla vita cristiana, e la fa ricominciare con sempre nuovo vigore quando prendiamo sul serio il vangelo e ne facciamo il nostro programma di vita. 
È dunque dal vangelo che dobbiamo prendere le mosse, se vogliamo capire che cosa è in gioco nella spogliazione di Francesco.
La pagina di vangelo appena proclamata [Gv 14, 15-21] ci offre a tal proposito una cifra importante, che mette in gioco il volto stesso di Dio. «Se mi amate, – dice Gesù –, pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito che rimanga con voi per sempre». Il Paraclito, lo Spirito Santo, nella Trinità è il bacio, il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, e nella storia del mondo è il creatore, il rinnovatore, il respiro che fa vivere, la forza che sostiene ed edifica, il vento che spazza le macerie e la mano che le plasma e le restaura. Per Francesco, quel giorno di ottocento anni fa, fu Pentecoste, fu il tempo forte, il kairòs del Paraclito. 
Fu Francesco a togliersi i panni, o fu quel vento divino a strapparglieli di dosso? Non dubito che sia stato lo Spirito ad afferrarlo e a metterlo a nudo. Lo Spirito lo avvolse, anzi, lo travolse! E illuminò al tempo stesso la mente e il cuore del vescovo Guido, per consentirgli di decifrare lo stravagante linguaggio di Francesco. Francesco nudo e Guido che lo avvolge del suo mantello sono un gruppo scultoreo che non si può dividere: entrambi “complici dello Spirito” per dare inizio a una storia nuova.

Ma qual era il cuore della scelta di Francesco? Anche su questo ci illumina l’odierna parola del vangelo: «Chi ama me – dice Gesù – sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Francesco non fa solo un gesto di rinuncia per spuntare con la “non violenza” gli artigli del padre. Francesco fa un atto di amore. Cristo lo ha raggiunto, lo ha sedotto, si è “manifestato” a lui, come promette nella pagina evangelica appena ascoltata. E Francesco agisce come uno che se ne è invaghito. Non solo i denari non gli interessano più, ma nient’altro al mondo ha più senso, se non è Gesù o non porta a lui. Francesco è diventato, per così dire, Gesù. E per questo, uomo nuovo, uomo libero, uomo di Dio e uomo per gli altri!

Santuario della spogliazione. Santuario francescano? Senza dubbio. Quello che mancava ancora ad Assisi. Ma, ancor prima, santuario cristologico. È il mistero di Cristo che qui viene annunciato attraverso i gesti e le parole di Francesco.
Si noti che non a caso quello che oggi inauguriamo si chiama “Santuario della spogliazione”, e non “Santuario della spogliazione di Francesco”.
Ad Assisi è naturale raccontare la storia di Francesco. Ma Francesco non parla di sé, ci addita Gesù. Il Santuario evoca innanzitutto la “spogliazione” di Cristo. In questo termine si può raccogliere quello che la Scrittura indica come kénosi, ossia come svuotamento (cf Fil 2, 7). «Da Natale a Pasqua – ha scritto il Papa nella Lettera che mi ha inviato per l’occasione – il cammino di Cristo è tutto un mistero di “spogliazione”. L’Onnipotenza, in qualche modo, si eclissa, affinché la gloria del Verbo fatto carne si esprima soprattutto nell’amore e nella misericordia. La spogliazione è un mistero di amore!».
Sono queste parole di papa Francesco a delineare la vocazione specifica, la mission – si direbbe oggi –  del nostro nuovo Santuario. Esso ha la missione di annunciare, sulle orme di Francesco di Assisi, il mistero della spogliazione di Cristo e la sfida che ne deriva per la nostra vita personale e sociale, per la nostra esistenza di credenti e per la Chiesa intera. 
Nel discorso che ci fece nella Sala della spogliazione il 4 ottobre 2013 papa Francesco fece appello a tutti i membri della Chiesa perché imparino a spogliarsi dello spirito del mondo e si rivestano di Cristo. Appello che riguarda noi credenti in Gesù, ma che dice qualcosa, anche al di là della fede, a tutti gli uomini di buona volontà.   

Che cosa dunque chiede, questo Santuario? Qual è il sogno che esso porta con sé?  
Io lo vedo come il luogo in cui ciascuno di noi viene a innamorarsi di Cristo, come Francesco, deponendo l’abito dell’egoismo, per rivestire quello di un’esistenza spesa nell’amore. 
Vorrei che qui arrivassero i potenti del mondo a deporre una volta per tutte gli arsenali nucleari, le mine anti-uomo, il commercio di armi che sono la vergogna di un’umanità che vive allegramente sull’orlo del baratro, sottraendo pane e dignità a milioni di esseri umani.
Vorrei che qui venissero i mafiosi a deporre la loro prepotenza omicida che fa scorrere sangue e avvelena le fibre intime della società e dell’economia.  
Vorrei che qui venissero i burattinai della finanza internazionale a deporre i loro irresponsabili giochi che creano, nel mondo globalizzato, disoccupazione, povertà e  disagi di una infinità di esseri umani “colpevoli” solo di essere nati poveri!
Vorrei che tra queste mura, che trasudano le note del Cantico di Frate Sole, si fermasse quell’incredibile tirannia sull’ambiente che causa enormi e forse irreparabili danni che ancora una volta schiacciano le esistenze più deboli, le costringono ad emigrazioni violente e desertificano le fonti vitali dell’umanità.
Vorrei che in questi ambienti che furono testimoni di un dramma di famiglia tutto giocato sul sì o sul no al dio–denaro venissero tanti parlamentari, uomini della scienza e dell’informazione,  a interrogarsi sulla loro responsabilità di promuovere una legislazione e una cultura poste interamente a servizio della pace, della famiglia e della vita, e mai complici dell’assassinio di esseri umani nel grembo materno e nella loro fragilità dovuta all’età e alla condizione fisica.

Ce n’è per tutti. Ma a partire da noi, comunità cristiana. Come papa Francesco ci ha ricordato, anche come Chiesa abbiamo tanto da cambiare. Siamo una Chiesa  che ha bisogno di spogliarsi di storici fardelli di potere e di possesso; che ha bisogno di smettere la presunzione di mettersi sul piedistallo per farsi umile lievito di fraternità; che deve annunciare Cristo senza timidezza, con la forza mite dell’attrazione e della testimonianza; che dev’essere ancora più pronta a fare spazio agli ultimi, non accontentandosi delle opere della Caritas, per diventare una famiglia di famiglie, in cui ogni fratello bisognoso, di qualsiasi colore e latitudine, possa trovare  una mensa, una casa, un cuore.  
Questo santuario, in definitiva, invoca una Chiesa che, come Francesco d’Assisi, risplenda pienamente di Cristo e non abbia paura di gridare il vangelo.
Un  Santuario che ci impegna tutti.
Torni ad inquietarci la parola detta dal giovane Francesco nell’atto della spogliazione: «D’ora in poi non dirò più padre Pietro di Bernardone, ma Padre nostro che sei nei cieli».


A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

martedì 9 maggio 2017

"Vivere secondo la forma del santo Vangelo": "in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità". Visita alla chiesa inferiore della Basilica di S. Francesco in Assisi (4.3)


ultima revisione 23 maggio 2017

Nella crociera, il punto d'incontro tra il transetto e la navata, nella volta sovrastante l’altare eretto sopra la tomba di san Francesco, nel secondo decennio del Trecento (1315 ca) la stessa bottega di Giotto (o secondo altri un pittore a lui stilisticamente “imparentato”  - da qui il nome convenzionale di “Parente di Giotto” - e il cosiddetto "Maestro delle Vele") ha affrescato il Gloriosus Franciscus e le allegorie dei tre consigli evangelici che, fin in antico, la vita religiosa ha assunto nella forma del “voto”.
Così anche per Francesco che nella Regola del 1223 (quella “bollata”), dopo aver affermato per i suoi il principio dell’osservanza del Vangelo del Signore Gesù Cristo, così precisa: «vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità» (1, 1: FF³ 75).
Nella redazione del 1221 (la cosiddetta Regola "non bollata"), in modo più dettagliato, Francesco “scrive” che «La regola e vita dei frati è questa, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo, il quale dice: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e poi vieni e seguimi”; e: “Se qualcuno vuol venire die­tro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi se­gua”; e ancora: “Se qualcuno vuole venire a me e non odia il padre, la madre, la moglie e i figli, i fratelli e le sorelle e anche la sua vita stessa non può essere mio disce­polo”. E: “Chiunque avrà lasciato il padre o la ma­dre, i fratelli o le sorelle, la moglie o i figli, le case o i cam­pi per amore mio, riceverà il centuplo e possederà la vita eterna”» (1, 1-4: FF³ 4).
«L’influenza esercitata della mistica francescana non si è limitata a creare una nuova concezione della leggenda cristiana; non ha semplicemente portato sulla terra, dalle altezze astratte del cielo, i grandi simboli delle idee cristiane, ma ha anche dato loro un corpo, li ha rivestiti di un aspetto umano per renderli più comprensibili. E questo, a dire la verità, non era una cosa interamente nuova. Accanto ai simboli, che inizialmente costituivano il suo unico campo d’azione, l’arte cristiana, appoggiandosi in parte alle tradizioni antiche e in parte creando liberamente, ha cercato di personificare le concezioni teologiche e morali. Ma il merito della nuova mistica popolare e francescana consiste nell’aver cercato delle rappresentazioni allegoriche che fossero più chiare possibili al popolo, sostituendo alle immagini astratte delle immagini molto semplici e pittoresche. Con ciò ha fornito all’arte una materia estremamente ricca e di facile impiego. Col moltiplicarsi delle rappresentazioni allegoriche, i simboli sono diventati sempre meno frequenti […]. È impossibile dire esattamente in quale misura gli ordini mendicanti abbiano contribuito alla formazione di questo nuovo gusto artistico. Comunque il loro contributo, in via generale, è incontestabile; lo prova il fatto che le chiese dell’ordine mendicante, più di qualsiasi altra chiesa italiana, abbondano di immagini allegoriche» (Henry Thode, Francesco d’Assisi e le origini dell’arte del Rinascimento in Italia, a cura di Luciano Bellosi, Roma, Donzelli, 2003, p. 405).

Nella lettura di queste allegorie, mancando di altri criteri, seguiamo l'ordine “dettato” della Regola (obbedienza, senza nulla di proprio e castità), tenendo per ultimo il 
Gloriosus Franciscus.


L'OBBEDIENZA



La vela a sud mostra il “consiglio” dell’obbedienza il cui riferimento evangelico nella Regola “non bollata” è dato dal citato passo: «se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24; cf Rnb I 3: FF³ 4) che, insieme a quello relativo al sine proprio (cf Mt 19, 21) - almeno stando all’Anonimo perugino - Francesco incontrò nella triplice apertura del Vangelo in San Nicolò di Assisi (11: FF³ 1097).

La scena è ambientata in una sala gotica – secondo alcuni un’aula capitolare, il che renderebbe anche il luogo particolarmente significativo per tale virtù – al centro della quale è seduta l’Obbedienza con alle spalle una rappresentazione della crocifissione. L’Obbedienza, secondo alcuni vestita con un saio - alata ed avvolta da un manto scuro,  sta imponendo l’evangelico giogo (cf Mt 11, 29-30) ad un frate con la testa che sembrerebbe un teschio, forse ad indicare quell’obbedienza perinde ac cadaver (allo stesso modo di un cadavere) che molto più tardi sant’Ignazio di Loyola prescriverà per la Compagnia di Gesù (cf Costituzioni VI I 1 [547]). Inginocchiato davanti a lei il frate accoglie il giogo tendendo verso di esso le mani. 
L’Obbedienza, che richiama al silenzio come condizione necessaria a quell’ascolto che precede l’obbedire (verbo composto da ob e da audire = "ascoltare stando di fronte"), porta anch’essa il gioco, segno della suo essere soggetta ad una superiore autorità. Sopra il tetto della sala si trova la figura eretta di Francesco che tiene nella mano sinistra la croce, per nulla schiacciato dal giogo che porta anch’egli sulle spalle e le cui redini sono in quelle mani che si affacciano dal cielo, al vertice della vela. Dunque il frate che obbedisce al proprio superiore – così sembra di poter dire - obbedisce a Francesco, il quale a sua volta obbedisce a Cristo, in una relazione che richiama il passo della Regola in cui è scritto: «Frate Francesco promette obbedienza e reverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. E gli altri frati siano tenuti a obbedire a frate Francesco e ai suoi successori» (I 2-3: FF³ 76).



Ai lati di Francesco sono inginocchiati due angeli che reggono altrettanti cartigli con leggende. Su quello alla destra del Santo: Tollite jugum obedientie suae; su quello alla sua sinistra: Imitamini istum per crucem penitentie» (in particolare per il secondo, oggi parzialmente illeggibile, si è riportato il testo che compare nella Descrizione del Santuario di S. Francesco d'Assisi curata da L. Carattoli, M. Guardabassi e G. B. Rossi-Scotti nel 1863 e pubblicata nel volume XXVIII del "Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l'Umbria" (p. 163).


Alla destra e alla sinistra dell’Obbedienza stanno le sue due ancelle. La prima è la Prudenza che sembra seduta ad uno scrittoio (come nell’immagine della stessa virtù che Giotto affrescò nella Cappella degli Scrovegni di Padova agli inizi del Trecento [vedi pagina di it.wikipedia.org]), con una doppia faccia coronata, una giovane che guarda in avanti e una vecchia volta indietro, mentre tiene nella mano sinistra un compasso e nella destra uno specchio rivolto - almeno così sembra di vedere - verso colui che sta ricevendo il giogo. Davanti a lei, sullo scrittoio, sta un astrolabio, sostenuto da una piccola struttura. 
Se il volto vecchio rimanda alla memoria delle cose passate, necessaria a tutti coloro che vogliono essere prudenti, il compasso indica la necessità di saper ben misurare e riportare fedelmente, mentre lo specchio allude alla virtù che impone la conoscenza di sé stessi, condizione preliminare per la realizzazione del bene. L’astrolabio, strumento usato nella navigazione, richiama alla necessità di non affidarsi nel proprio cammino al caso o alla fortuna. Così a proposito della prudenza si legge nel Convivio di Dante: «Convienzi adunque essere prudente, cioè savio: e a ciò essere si richiede buona memoria de le vedute cose, buona conoscenza de le presenti e buona provedenza de le future» (IV 27, 5).


La seconda ancella, sul lato opposto alla prima, è l’Umiltà che ha gli occhi rivolti a terra (umiltà dal latino humĭlis = "poco elevato da terra", derivato di humus = terra), in un atteggiamento opposto a chi invece ha «occhi altezzosi e cuore superbo» (Sal 100, 5), e tiene con la mano destra una candela, così come compare in una delle formelle della Porta sud del Battistero di Firenze disegnata da Andrea Pisano e fusa tra il 1329 e il 1336 [vedi pagina di it.wikipedia.org].

Ecco come il teologo Bernhard Häring considera la virtù della prudenza e il suo rapporto con l'umiltà: «Il significato più vasto del termine  biblico “prudenza” coincide, in larga misura, col concetto di “sapienza”. Esse costituiscono, insieme, il contrapposto della “pazzia del peccato”, il quale, nel suo accecamento, si prescrive uno scopo e dei mezzi che conducono inevitabilmente all’eterna perdizione […] La prudenza deve giudicare “dei mezzi proporzionati allo scopo”, come dice S. Tommaso dopo Aristotele, cioè: essa deve vigilare sulla pratica della carità. […] Ogni virtù dipende dalla prudenza nella misura in cui essa ha bisogno di armonizzare la sua azione alle circostanze […] Essa ha due compiti: valutare esattamente le circostanze concrete, e decidere l’atto che ad ogni momento la realtà esige. […] La virtù della prudenza non considera solamente le circostanze esterne, ma, soprattutto, le realtà soprannaturali. In quanto virtù infusa, essa è l’occhio della fede rivolto alla situazione del momento. […] La prudenza si radica nell’umiltà e nel riconoscimento umile e rispettoso della realtà e delle possibilità limitate del bene. […] Prudente è solamente chi, in umiltà assume le povere condizioni della vita ed accoglie volentieri il compito che Dio gli trasmette per mezzo del messaggero così banale della situazione concreta. […] La virtù della prudenza è davanti al reale, non come spettatrice estranea, ma per impegnarsi attivamente in esso. Essa è estranea ad ogni quietismo e ad ogni falsa “interiorità”, la quale per essere in regola si contenta di buone intenzioni senza dare la dovuta importanza all’azione» (La legge di Cristo. Trattato di teologia morale. Libro terzo: Morale speciale [...], 3. ed. italiana aumentata e aggiornata, Brescia, Morcelliana, 1964, pp. 22-32).

Secondo la logica della separazione delle pecore dai capri nel giudizio finale (cf Mt 25, 31-46), in questa come nella altre allegorie abbiamo in basso a destra della vela (a sinistra di chi guarda) chi accoglie l’invito di Gesù e lo segue, mentre sul lato opposto, a sinistra, chi lo rifiuta.
In basso, a destra dell’Obbedienza (sotto la Prudenza) abbiamo due giovani - si potrebbe dire "novizi" - che, in ginocchio, rispondendo all’invito dell’angelo, si dispongono a ricevere l'evangelico giogo. Alla sinistra invece (sotto l’Umiltà) un angelo è alle prese con un centauro, con la testa e il busto di un uomo, gli arti anteriori di un cavallo mentre quelli posteriori – almeno secondo Thode (cit., p. 418) - di una pantera, in un atteggiamento non molto diverso da quello di Pietro nella scena della lavanda dei piedi affrescata poco distante dal Lorenzetti, a quel suo portarsi una mano alla testa ad esprimere un deciso diniego. 

Il centauro è raffigurato all'esterno della sala, su un piano diverso anche rispetto agli angeli che coronano la scena. Sembra scandalizzato da ciò che gli sta di fronte, dall'idea di doversi sottomettersi, di porsi sotto l’obbedienza che, come la croce di Cristo per i giudei e i pagani, gli pare scandalo e stoltezza (cf Cor 1, 23). Creatura della mitologia greca, il centauro rimanda qui alla fierezza dei cavalli che si piega «con morso e briglie, se no, a te non si avvicinano» (Sal 32, 9) o, come è definita dal finale dell’iscrizione latina posta – come per tutte le quattro scene - sotto la vela, la Presunzione. Alla base della vela, a destra e a sinistra della scena, stanno gli angeli. I due più esterni hanno tra le mani un corno. Quello alla sinistra della scena lo tiene attraverso un velo in segno di rispetto più che per il corno in se per il suo contenuto, forse dell'olio, possibile allusione ad una sorta di consacrazione regale (cf 1Sam 16, 13) o sacerdotale.

Sotto la vela un’iscrizione latina (in parte scomparsa) sintetizza così il messaggio proposto:

VIRTUS OBEDIENTIE / IUGO CHRISTI PERFICITUR / CUIUS IUGO DECENTIE / OBEDIENS EFFICITUR / ASPECTUM NON MORTIFICAT / SED VIVENTIS SUNT OPERA / LINGUAM SILNES CLARIFICAT / CORDI SCRUTATUR OPERA / COMITATUR PRUDENTIA / FUTURA QUAE PROSPICERE / SCIT SIMUL ET PRESENTIA / IN RETRO IAM DEFICERE / QUASI PER SEXTI CIRCULUM / AGENDA CUNCTA REGULAT / ET PER VIRTUTIS SPECULUM / OBEDIENTIE TREPIDAT / SE DEFLECTIT HUMILITAS / PRESUMPTIONIS NESCIA / CUIUS IN MANU CLARI[TAS] VIRTUTE […] CON […]


(La virtù dell’Obbedienza si raggiunge attraverso il giogo di Cristo: tramite questo giogo discreto si diventa obbedienti. Obbedienza non uccide il visibile, ma in essa opera colui che vive: silenziosa, essa illumina la bocca, essa scruta le opere del cuore, si unisce alla Prudenza, essa conosce il futuro, lo sa prevedere, lascia dietro di sé il presente ormai. Quasi servendosi di compasso e di divisore mette ordine in tutti gli atti, e attraverso lo specchio della virtù domina l’obbedienza con l’obbedienza. Umiltà si inchina e disprezza Presunzione. In chi le rende omaggio risiede la luce di tutte le virtù [traduzione da: Guy Lobrichon, Francesco d’Assisi. Gli affreschi della basilica inferiore, Torino, SEI, 1987, p. 134]).



LA POVERTÀ



L’affresco della vela ad est, verso la navata è dedicato alla povertà - o, per dirla con il linguaggio della Regola, al sine proprio - e ha come testo evangelico di riferimento il «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21).

Al centro della scena sta la Povertà: un donna scarna, con un abito bianco come quello di una sposa, ma stracciato e rattoppato, cinto da una corda. Le sue ali pendono inerti, come spezzate. È in piedi su di una roccia in mezzo a rami spinosi. Sotto di lei sta un cane che le abbaia contro e due uomini “piccoli”, insipienti, uno dei quali le tira dei sassi, mentre l’altro le brandisce contro un lungo bastone, segno dell’odio del mondo per la povertà (cf Jacopone da Todi, San Francesco sia laudato, citato in: Thode, cit., 409). Dietro di lei fioriscono rose bianche e rosse e gigli.
Alla sua destra c’è Cristo – colui che si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (2Cor 8, 9) - che, tenendola per il braccio, pare consegnarla a Francesco che le sta infilando al dito l’anello nuziale. Alla sinistra della Povertà le due sue ancelle: con l’abito verde la Speranza dalla quale prende l’anello per donarlo a Francesco siglando così l'alleanza; con l’abito rosso e una corona di fiori con tre fiamme sulla testa è rappresentata la Carità che offre l’amore rappresentato da un cuore. Rinuncia ai beni presenti nella “speranza” di quelli futuri (come non pensare al tema della predica presso il castello di Montefeltro: Tanto è quel bene c’io aspetto, che ogni pena m’è diletto [FiorCons 1c: FF³ 1897]) facendone dono nella “carità” ai più bisognosi.

Coloro che ascoltano e seguono Gesù sono rappresentati a destra da un giovane che, rispondendo all’angelo che lo invita alle nozze, si toglie la tunica per darla ad un povero, tunica che, nella parte superiore della scena, è portata dagli angeli a Dio – le cui mani si protendono verso il basso - insieme ad un borsa, presumibilmente di denaro, e ad una casa. Evidente il riferimento al passo del citato brano in cui Gesù dice: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25, 40). 


A sinistra invece stanno coloro che rifiutano l’invito (cf Mt 22, 1-5). Il primo sembra essere un uomo dedito alla falconeria, la pratica venatoria basata sull'uso dei falchi o di altri rapaci come appunto quello che tiene sul braccio sinistro. Con la mano destra fa un gesto volgare (il gesto delle fiche ricordato anche da Dante in Inferno XXV 2). Si tratta di due elementi che dicono l'orgoglio o, meglio ancora, la superbia di chi pretende di prevalere sugli altri. Alla sua sinistra sta l'Avarizia con un vistoso abito blu e giallo che volta le spalle all'angelo stringendo tra le mani una borsa probabilmente di denaro. E se a qualcuno questo secondo personaggio sembra tonsurato (un non improbabile richiamo all'avarizia di certo clero), più evidente è la chierica dell'Invidia la cui testa spunta tra i primi due. Si tratta evidentemente di un "religioso” (oltre alla tonsura porta un cappuccio, elemento che caratterizzava l'abito degli ordini monastici e mendicanti) che con le mani sembra premersi il petto, come per soffocare qualcosa che gli brucia dentro. 
Si tratta dei vizi dai quali lo stesso Francesco mette in guardia i frati quando nella Regola scrive: «Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino i frati da ogni superbia, vana gloria, invidia, avarizia, cure o preoccupazioni di questo mondo, dalla detrazione e dalla mormorazione» (Rb VIII 7: FF³ 103); vizi che Dante cita in Inferno VI 74-75 come tre scintille che danno origine all'incendio della stessa convivenza sociale in quanto pongono gli uomini gli uni contro gli altri (cf Dante Alighieri, Commedia, con il commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Vol. 1:  Inferno, Milano, A. Mondadori, 1991, p. 194, nota a VI 75).

Sotto la vela l'iscrizione latina:

[…] SIC CONTEMNITUR / DUM SPERNIT MUNDI GAUDIA / VESTE VILI CONTEGITUR / QUERIT CELI SOLATIA / […] TUR DURIS SENTIBUS / MUNDI CARENS DIVITII / ROSIS PLENA VIRENTIBUS / […] ANT / CELESTIS SPES ET CARITAS / ET ANGELI COADJUVANT / HANC SPONSAM CHRISTUS TRIBUIT / FRANCISCO UT CUSTODIAT NAM OMNIS EAM RE [SPUIT]

(Povertà è schernita, tuttavia essa disdegna le gioie terrene; vestita di vili stracci, cerca le consolazioni celesti. Ferita da dure spine, privata delle ricchezze terrene, risplende di rose fiorite e della gioia del cielo, a Francesco essa porta il suo costate aiuto; Speranza e Carità celesti danno il loro contributo affinché Necessità sia legge. Cristo a Francesco la dà in sposa, affinché egli la mantenga. Il mondo intero infatti la vomita [traduzione da: Lobrichon, cit., p. 132]).



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Il tema della Mistiche nozze di Francesco con Madonna povertà potrebbe essere definito un “classico” della agiografia sanfrancescana. Appare per la prima volta nella Vita seconda di fr. Tommaso da Celano (55: FF³ 641) con espressioni poi riprese da san Bonaventura nella Leggenda maggiore (VII 1: FF³ 117). Subito dopo il tema è trattato nell'operetta allegorica di anonimo autore della seconda metà del sec. XIII intitolata Sacrum Commercium sancti Francisci cum domina Paupertate (L'alleanza di santo Francesco con Madonna Povertà) (FF³ 1959-2028) e in una laude di Jacopone da Todi (San Francesco sia laudato). Un tema quindi diffuso ben prima che Dante lo celebrasse nella Divina Commedia (Par XI, 58-78) e che alcuni vorrebbero far risalire addirittura allo stesso Francesco che a papa Innocenzo III raccontò la parabola di quella donna povera che, vivendo nel deserto, manda i figli poveri come lei al re suo sposo, esortandoli a non vergognarsi della propria condizione, ma di chiedere quanto gli occorre (cf 2Cel 16: FF³ 602; LegM 3, 10: FF³1064). Del resto – secondo il primo biografo – così ebbe a rispondere agli amici che gli chiedevano se volesse prendere moglie: «Prenderò la sposa più nobile e bella che abbiate mai vista, superiore a tutte le altre in bellezza e sapienza» (1Cel 7: FF³ 331).


LA CASTITÀ



La vela a nord, dedicata alla Castità, ha come luogo di riferimento una rocca con torre e mura di cinta merlate, bianca come lo stendardo che sventola sulla sua sommità. La fortezza è sorvegliata da nove guerrieri alati e barbuti, con scudo e flagello. Nella torre, attraverso una finestra, si vede la protagonista (S. Castitas), con velo e soggolo bianchi, rivolta con le mani giunte verso un’immagine sacra, un trittico, appeso alla parete. Due angeli le porgono la corona e la palma, antichi attributi della vittoria. Ai piedi della torre, si sporgono dalle mura le due ancelle, la Purezza (S. Munditia) e la Fortezza (S. Fortitudo), rivolte verso un giovane che, proprio ai piedi della rocca, nudo in una vasca, viene lavato da due angeli. Porgono a lui rispettivamente uno stendardo bianco e uno scudo, l’insegna della dama che appunto dovrà custodire e difendere. Altri due angeli procedono verso di lui dalla sinistra della scena portando un abito che, con il cappuccio calzato, troviamo indossato dalla Penitenza (Penitentia) che, con un flagello, respinge l’assalto delle passioni che procedono da sinistra. 


Si tratta di Amor, Immunditia ed Ardor: la prima con una corona di fiori in testa, gli occhi bendati, le ali, l’arco e una faretra piena di frecce, richiama il Cupido (Desiderio, pl. Cupidines) - Cupido e Amor sono i nomi latini di Eros, il dio greco dell’amore fisico e del desiderio - della tradizione classica a differenza del quale però al posto dei piedi ha zampe di rapace e nella fascia a tracolla pendono come trofeo i cuori che ha rapito, come il cacciatore appende alla cintura la preda che ha catturato; più a sinistra sta la seconda passione rappresentata da un cinghiale - il cui simbolismo spesso si mescola con quello del maiale - coricato di spalle a terra a rappresentare le passioni immonde o impure; infine, sopra Amor, troviamo Ardor, con la parte inferiore di un animale peloso e quella superiore di uomo con spalle e capelli infuocati. Le Passioni sono respinte dalla Penitenza, ma anche da tre donne che portano tra le mani gli attributi della Passione (chiodi e croce, secchiello, lancia), probabile richiamo alla grazia sacramentale che scaturisce dalla croce di Cristo, e dalla morte rappresentata da uno scheletrico angelo nero con in mano una falce, a rammentare il momento in cui l’uomo sarà chiamato a render conto dell’uso che ha fatto di quel corpo che gli è stato donato.
Dalla parte opposta, a destra della vela, Francesco che aiuta a salire il monte della virtù coloro che accolgono l’invito a seguire la croce di Cristo, mostrata loro da un angelo che sta alla destra del Santo. Rappresentano i tre stati di vita della famiglia francescana: al centro un frate (il cosiddetto Prim'Ordine); alla sua sinistra, più nascosta, una monaca (il Second'Ordine, quello delle Damianite, o Povere Dame, oggi Clarisse); in primo piano un laico (il Terz'Ordine, l'attuale Ordine Francescano Secolare).





Sotto la vela l'iscrizione latina:

[…] / ET CASTITATI ORANTI / VICTORIA CORON[AQUE] / DATUR CARITATEM. / HANC QUERENS SE ASTRINGERE / HONESTATEM SECRETO / LOCO DATUR PERTINERE / SI FORTITUDO PROTEGIT. / DUM CASTITAS PROTEGITUR / PER VIRTUOSA MUNERA / NAM CONTRA HOSTES TEGITUR / PER PASSI CHRISTI VULNERA / DEFENDIT PENITENTIA / CASTIGANDO SE CREBIUS / MORTIS REMINESCENTIA / DUM MONTEM PULSAT SEPIUS / FRATRES SORORES ADVOCAT / INCONTINENTES CONJUGES / CONCTOS AD EAM PROVOCAT / FRANCISCUS

(Poiché a colui che prega nella castità è data in segno di vittoria la corona più alta. Chi vuole guadagnarla, si riveste di onore; l’accesso a questo luogo è concesso se la forza lo protegge perché Castità è protetta da un muro di offerte valorose; essa è rivestita d’una armatura contro i nemici, grazie alle piaghe di Cristo che ha sofferto. La penitenza la difende, e si mortifica severamente al pensiero della morte ed essa eccita ancor più il suo spirito. Frati, suore e terziari tutti Francesco invita e spinge fino a lei [traduzione da: Lobrichon, cit., p. 127]).


IL FRANCESCO GLORIOSO


A completare il ciclo della crociera, nell'affresco della volta verso l’abside, ad ovest, è rappresentato il Gloriosus Franciscus, imberbe, rivestito di una sontuosa dalmatica (l’abito liturgico proprio del diacono), le cui stigmate sono ora preziose gemme. È circondato da un'aureola di raggi e porta nella mano destra la croce, mentre con la sinistra tiene il libro dei Vangeli. Siede su di un trono riccamente decorato che richiama la visione nella quale gli veniva riservato il seggio di Lucifero precipitato dal cielo (cf 2Cel 123: FF³ 707), sulla cui sommità sta uno stendardo rosso con la croce e sette stelle in oro, allusione alle sei apparizioni della croce che «in modo mirabile e secondo un ordine progressivo» furono mostrate apertamente in lui e intorno a lui, a cui si aggiunge la settima, quella del Crocifisso sul monte della Verna (cf LegM 13: FF³ 1236).
Intorno al trono una teoria di angeli musicanti e danzanti, alcuni dei quali hanno in mano dei gigli. 

Anche qui, sotto la vela, l'iscrizione latina:

[...] RENOVAT / IAM NORMAM EVANGELICAM / FRANCISCUS CUNCTIS PRAEPARAT VIAM SALUTIS CELICAM / PAUPERTATEM DUM REPARAT / CASTITATEM ANGELICAM / OBEDIENDO COMPARAT / TRINITATEM DEIFICAM  / CORONATUS VIRTUTIBUS ASCENDIT REGNATURUS / HIS CUMULATUS FRUCTIBUS / PROCEDIT IAM SECURUS / CUM ANGELORUM CETIBUS / ET CHRISTI PROFECTURUS / FORMAM QUAM TRADIT FRATRIBUS / SIT  QUISQUE SEQUUTURUS 

(Il messaggero ha rinnovato la norma evangelica. Francesco prepara per tutti la via celeste della salvezza. Mentre riparata la Povertà e l'angelica Castità con la sua Obbedienza egli acquista una trinità divinizzante. Egli si innalza per regnare, colmo di tutti questi frutti. Ora avanza in sicurezza con le coorti degli angeli e va verso Cristo. Questa forma di vita che lascia ai suoi frati ognuno la segua [traduzione da: Lobrichon, cit., p. 136]).

Sembra di sentirla a questo punto l’antica antifona che, presa dall'eucologia della Messa di san Martino di Tour, papa Gregorio IX avrebbe intonato il giorno della canonizzazione del nostro Santo: Franciscus pauper et humilis, caelum dives ingreditur, hymnis caelestibus honoratur (Francesco povero ed umile, ricco entra nel Cielo, onorato con inni celesti).

Franciscus pauper et humilis


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Sotto al Gloriosus Franciscus, nel catino dell’abside, fino al primo quarto del secolo XVIII, era affrescata la Gloria della Croce opera di Pietro Fiorentino (1301-1350) di cui ci dà notizia il Vasari e l’Antica descrizione manoscritta della Basilica (cf Thode, cit., pp. 425-426). Probabilmente a causa del degrado, fu sostituito nel 1623 dall'attuale Giudizio finale, opera del pittore umbro Cesare Sermei (1581-1668).



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Qualcuno ha proposto una “curiosa”, ma comunque interessante interpretazione della posizione delle quattro vele rispetto a chi le guarda, o meglio a chi - quando più netta era la separazione tra il “popolo” della navata e i “chierici” nel transetto - le guardava. Quella del Francesco glorioso è rivolta verso verso il pellegrino che giunge per “vedere” Francesco e lo contempla in quella gloria che è la meta dalla condizione dell'homo viator ; i “voti” sono invece rivolti ai “religiosi”: la Povertà, il sine proprio, è guardata meglio da chi sta nel coro, secondo alcuni i frati più anziani, così richiamati a quel momento della vita in cui sarà chiesto loro di lasciare ogni cosa (cf Lc 12, 20); le vele della Castità e dell’Obbedienza sono invece ben leggibili dai due lati del transetto dove probabilmente stavano i frati più giovani, chiamati così a specchiarsi nelle virtù con le quali educare l'esuberanza connaturale alla loro età.



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Rimangono da “raccontare” due immagini che si trovano a fianco delle porte che, sui due lati della parete ad ovest, conduco al loggiato superiore del Chiostro di Sisto IV. Si tratta del Giuda impiccato del transetto meridionale e del San Francesco e la morte incoronata sul lato opposto, nel transetto settentrionale. Qualcuno mette queste due scene in relazione a chi forse utilizzava le rispettive scale per raggiungere o lasciare il transetto in cui si svolgevano le celebrazioni: i frati quella a sud, per rientrare nel convento, la corte papale a nord, per raggiungere il patriarchium, il “palazzo” fatto costruire probabilmente da Innocenzo IV, per se e per la sua “corte”, proprio su quel lato del complesso santuariale. 

Ai primi la figura di Giuda (la cui iconografia si ispira a Mt 27, 5; At 1, 15, ma anche al Vangelo apocrifo di Nicodemo) era di ammonimento circa la possibilità di tradire colui che avevano appena incontrato nella preghiera; agli altri Francesco mostrava la morte con una corona cadente quasi a ripetere loro la celebre locuzione Sic transit gloria mundi (così passa la gloria del mondo), in uso nel cerimoniale papale già nella metà del secolo XIII (cf Agostino Paravicini Bagliani, Le chiavi e la tiara. Immagini e simboli del papato medievale, Roma, Viella, 2005, p. 106).





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Post di questo blog relativi alla visita alla Basilica di S. Francesco in Assisi

Introduzione generale
1. Dal colle dell'Inferno al colle del Paradiso

La chiesa inferiore
2. Ferma il passo, rallegrati, o viaggiatore: il portale e il transetto d'ingresso
3.1. Franciscus vir catholicus et totus apostolicus: il lato meridionale della navata con il ciclo sanfrancescano
3.2. Franciscus alter Christus: il lato settentrionale della navata con il ciclo cristologico
4.1. Vivere secondo la forma del santo Vangelo - L’umiltà dell’Incarnazione: il lato settentrionale del transetto
4.2. Vivere secondo la forma del santo Vangelo - La carità della Passione: il lato meridionale del transetto
4.3. Vivere secondo la forma la forma del santo Vangelo - In obbedienza, senza nulla di proprio e in castità: le "allegorie francescane" e il Gloriosus Franciscus nel soffitto della crociera

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Bibliografia di riferimento:

* L. Carattoli, M. Guardabassi, G.B. Rossi-Scotti, Descrizione del Santuario di S. Francesco d'Assisi (1863), in "Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria dell'Umbria", vol. XXVIII, fasc. 1-3 (nn. 74-76), pp. 89-227 (la descrizione delle vele alle pp. 162-166).
* I.B. Supino, La Basilica di San Francesco d'Assisi. Illustrazione storico-artistica con duecento incisioni e sei tavole fuori testo, Bologna, Nicola Zanichelli, 1924, pp. 125-132.
* Guy Lobricon, Francesco d'Assisi. Gli affreschi della basilica inferiore, Torino, Società Editrice Internazionale, 1987, pp. 126-136.
* Henry Thode, Francesco d’Assisi e le origini dell’arte del Rinascimento in Italia, a cura di Luciano Bellosi, Roma, Donzeli, 2003, pp. 406-423.
* Marion Jancek, Chasteté et Pauvreté à Assise. Essai d'interpretazion iconografique des "vele". Mémoire de licence en histoire de l'art, Sous la direction du professeur Serena Romano; Expert M. Nicolas Bock, Université de Lausanne-Faculté de Lettres, Juin 2000.

* Loredana Nepi, L'Allegoria dell'Obbedienza negli affreschi della Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi, in: "Propositum" 13, 2010/1, 5-9 (online alla pagina di www.ifc-tor.org).
* Loredana Nepi, L'Allegoria della Povertà negli affreschi della Basilica Inferiore di San Francesco ad Assisi. Brevi note iconografiche, in: "Propositum" 14, 2011/1, 6-10 (online alla pagina di www.ifc-tor.org).
* Loredana Nepi, L'Allegoria della Castità negli affreschi della Basilica inferiore di San Francesco in Assisi. Brevi note iconografiche, in: "Propositum" 14, 2011/2, 5-11 (online alla pagina di www.ifc-tor.org).
* Loredana Nepi, Franciscus Gloriosus. La vela della Gloria di san Francesco nella Basilica inferiore di Assisi, in: "Propositum" 16, 2013/1, 5-11 (online alla pagina di www.ifc-tor.org).

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco