martedì 23 maggio 2017

Francesco "capo e madre dell'Ordine". Un interessante articolo sulla dedicazione della Basilica assisana in cui è sepolto il Poverello

Nel primo numero del 2004, in occasione del 750° anniversario della dedicazione della Basilica di S. Francesco in Assisi, la rivista "San Francesco patrono d'Italia" pubblicava sotto il titolo 1253: Innocenzo consacrò la Basilica di San Francesco. A 750 anni di distanza un interessante articolo di fr. Pasquale Magro, minore conventuale maltese, allora Direttore della Biblioteca del Sacro Convento e del Museo del Tesoro della medesima Basilica assisana, che si ripropone.




Nicola da Calvi, frate francescano cappellano e confessore di Innocenzo IV, poi vescovo di Assisi (1247-1273) così racconta la cerimonia della dedicazione della basilica di San Francesco in Assisi: «Innocenzo IV ha dimorato con tutta la curia per tutta quella estate del 1253 (dalla domenica in albis: 27 aprile a lunedì 6 ottobre) nel luogo del beato confessore Francesco, dove riposa il suo santissimo corpo. Su consiglio dei frati aveva stabilito che la consacrazione della chiesa era da tenersi la domenica precedente la festa dell'Ascensione del Signore. Arrivato il giorno fissato, è stata dallo stesso Pontefice consacrata la chiesa e gli altari, presenti molti vescovi. Sia per il luogo devoto come per reverenza al Sommo Pontefice consacrante, tanto grande fu la folla di popolo, di prelati, di religiosi, di chierici, di uomini, di donne e piccoli, accorsa da regioni lontane come da quelle vicine, che nessuno poteva numerarla. Le valli e i colli, la pianura e la stessa città di Assisi ne erano stracolmi. Il Papa ha concesso agli intervenuti ampio perdono e indulgenze per i peccati. Lo stesso signor Papa ha poi ordinato che la festa della consacrazione fosse celebrata annualmente nella domenica prima dell'Ascensione» (Niccolo da Calvi e la sua Vita d'Innocenzo IV con una breve introduzione sulla istoriografia pontificia nei secoli XIII e XIV per F. Pagnotti, Roma, R.  Società Romana di Storia Patria, 1898, p. 110).


A nome di tutta la cristianità: un tempio per grazia ricevuta
Dedicato a Dio in memoria di Francesco d'Assisi (1182-1226), il santuario sepolcrale rimarrà nei secoli la risposta artistica più compiuta del mondo cristiano guidato dai pontefici romani, al desiderio espresso da Fra Elia vicario del santo, nella lettera enciclica per la morte del Patriarca: «Custodite il ricordo del Padre e Fratello nostro Francesco, a lode e gloria di Colui che lo ha reso grande fra gli uomini e lo ha glorificato tra gli angeli» [7: FF 311]. Gregorio IX, eletto Papa cinque mesi dopo la morte di Francesco, il 29 aprile 1228 diresse la bolla con l'ordine di costruzione (construatur) della chiesa in cui deporre il corpo di Francesco a tutta la cristianità (universis christifidelibus); non quindi al ministro generale dei francescani Giovanni Buralli da Parma, non al vescovo Guido II o al Podestà della città. Quello di Assisi doveva rimanere "il" tempio votivo che la cristianità ha eretto "per grazia ricevuta" da Dio che le aveva mandato Francesco. Bonaventura da Bagnoregio così introdurrà le sue vite di Francesco: «È apparsa la grazia di Dio in questi ultimi tempi nel suo servo Francesco» [LMag Prologo 1: FF 1020]!
Non si può provare con documenti antichi che la chiesa sia dedicata alla Vergine, come si dice e si scrive a partire forse dal 1704 da Francesco Maria Angeli. Il santuario non consta di due chiese, ma di "una chiesa doppia" avente classicamente: 1) cripta o vano cimiteriale con cella funeraria o "confessione" (ampliata purtroppo tra il 1818-26) e 2) chiesa con vera e propria funzione liturgica.
Fino al 1749 l'unica cattedra pontificia nel piano superiore marcava liturgicamente l'unicità del dittico architettonico e quindi dell'unica dedicazione a San Francesco. Ancora nel Cinquecento fra Ludovico da Pietralunga non accenna ad altra intitolazione della chiesa, anche se non ignora significati simbolici mariani dell'edificio materiale in quanto dimora, casa, palazzo di Dio. Neanche il coevo fra Pietro Ridolfi da Tossignano distingue due chiese a proposito di intitolazioni. Arrivando a trattare del santuario di Assisi, egli intitola il capitolo: De tempio Assisii Beato Francisco dicato. La bolla del consacrante Innocenzo IV Si populus israeliticus (11 giugno 1253) non lascia dubbi: «Desiderosi che la chiesa, costruita in onore del beatissimo confessore di Cristo Francesco assisiate, in cui riposa il suo prezioso corpo splendente di molti miracoli, e che noi stessi abbiamo dedicato ad onore di Dio e del suo confessore, venisse debitamente onorata...». Il fatto che il 21 novembre 1898, l'altare del piano superiore — spostato in avanti dal centro della crociera per problemi di staticità — fu consacrato dal vescovo De Persis ancora «in onore della Natività della beatissima e sempre vergine Maria Immacolata...» non invalida l'originaria intitolazione.
A partire dal Seicento, la perdita di originarie intenzioni ha prodotto in basilica ben più gravi mali. Chi insiste sull'intitolazione mariana ignora che già l'altare del transetto nord è intitolato a "Maria degli apostoli"; la sovrastante vetrata dov'è raffigurata l'Ascensione di Gesù con Maria e gli Apostoli conferma tale consapevolezza, confermata del resto ancora dalla presenza di una tela titolare con lo stesso soggetto mariano-apostolico, rimosso dall'altare dal Cavalcaselle nel 1870. Le incisioni del Mariani (1820-30) ne fanno fede.
L'argomento iconografico per l'originaria intitolazione unica del tempio sepolcrale di San Francesco è ravvisabile nell'immagine del santo accanto a quelle tradizionali e comuni a tutte le chiese, in oriente e occidente, della deesis o intercessione, al centro della volta della chiesa superiore, con il Salvatore, Maria e Giovanni Battista. Il quarto posto, spettante al titolare, ad Assisi è riservato a Francesco. Dante Alighieri se ne ispirò per coronare la Commedia: anche in questa Francesco occupa il posto gerarchico riservatogli ad Assisi dal romano Jacopo Torriti, su indicazione mirata di papi e frati.



Francesco capo e madre dell'Ordine
Quando ancora non esisteva il piano superiore e ad un mese dalla traslazione del corpo del Santo nella nuova e definitiva tomba, il 22 aprile 1230 il papa fondatore Gregorio IX dichiarò il santuario «capo e madre dell'Ordine francescano». Questo era un titolo riservato alla lateranense basilica dedicata al SS. Salvatore e cattedra del Papa e quindi "Capo e Madre" di tutte le chiese cristiane. Non era quindi la bellezza artistica architettonica e decorativa straordinaria del tempio assisiate compiuto che ha meritato tale titolo onorifico all'edificio. Nemmeno la sua posizione cronologica nella mappa degli insediamenti francescani primitivi. È Francesco, da glorificare quale "capo e la madre" dell'Ordine. Egli precede ed eccelle su ogni "luogo francescano" che senza di lui non può essere chiamato tale, anche se ne è più antico. È lui che trasmette carisma al luogo che diventa quindi "francescano" per la sua presenza santificatrice. Da quando esiste il santo "testimone" del Dio cristiano (in greco: martire) il suo sepolcro ne rimane il testimone-memoriale per eccellenza (martirion). Vittricio di Rouen ha scritto: «L'uomo di Dio muore; ma rimane in piedi nel cuore dei credenti». Sofia Boesch Gasano insegna: «Il corpo è la realtà fisica in cui si iscrive il percorso spirituale (...). Il corpo del Santo vivo è già un corpo santo. E ogni santo continua a vivere nel suo corpo morto. La tomba del santo è il luogo privilegiato dell'incontro tra divino e umano» (La santità, Bari 1999, p. 20).
Lungo i secoli ad Assisi nacque la credenza che Francesco era nella cella sotterranea "vivo e in piedi". False profezie duecentesche di frati spirituali gioachimiti ne avevano preparato l'humus di crescita, parlando di "Francesco risorto"! Nel Seicento, quando l'Ordine francescano causa fratture interne seguite da campanilismi creatori di centri spirituali contrapposti nella stessa Assisi, il francescano recolletto Lucas Wadding precisava: «A dire la verità per antichità capo è il Convento di Santa Maria degli Angeli e madre per l'istituzione là della religione, ma quello di Assisi per privilegio pontificio gode di ambedue i titoli per dignità e autorità e primeggia ("praecellit") su tutti per il tesoro del Corpo del Patriarca che custodisce». Non sono le pietre più antiche che danno prestigio spirituale ad un luogo ma la presenza fisica in esso della persona santa, nel nostro caso di Francesco d'Assisi. Là dove all'origine non c'è un corpo santo si inventa una "leggenda di fondazione" per materializzare una santa presenza tramite una epifania... È un tentativo di esorcizzare una mentalità feticistica del santuario. 



Il santuario francescano e la costruzione del regno
Nel 1261, il vescovo di Pisa Federico Visconti (aveva conosciuto personalmente Francesco che predicava la pace sulla piazza maggiore di Bologna nel 1222) così scrisse della chiesa di San Francesco: «L'uomo dello spirito deve incoraggiare il peccatore alla confessione, e dopo averlo confessato, alla soddisfazione. Così deve spingerlo a fare opere di penitenza, ad andare cioè in pellegrinaggio oltremare al Sepolcro di Cristo o a quello di San Giacomo a Compostella o a quello di San Pietro a Roma o a quello di San Francesco ad Assisi. Quanti sono oggi gli uomini e le donne che hanno visitato il San Francesco ad Assisi, in vista del perdono dei loro peccati, e giustamente, perché glorioso appare il santo nel nostro tempo e perché gloriosa e bellissima e spaziosa è la sua chiesa che il Signore nostro papa Innocenzo IV dotò ed arricchì di grandi privilegi e molti tesori. E così devono essere le chiese di tanti santi, che cioè l'animo goda nell'andarvi in visita, fermarvisi e anche nel voler ritornarvi frequentemente» ("Archivium Franciscanum Historicum", 1908, 653).
Dignità liturgica e giuridica nonché funzione pastorale della Basilica di Assisi sono emanazione della "presenza fisica" e "potenza taumaturgica" del santo sepolto nel suo grembo (P. Brown, Il culto dei santi, Torino 1983, 122-177). Non sono le indulgenze concesse a pie pratiche nel luogo (spesso anche in funzione finanziaria) che ne costituiscono la ragion d'essere ma l'incontro con l'eminente Santo là sepolto.
Ad Assisi, i compagni della prima ora, la nobile romana Jacopa dei Settesoli, vi sono sepolti volendo rimanere anche in morte accanto al Patriarca. Oringa Menabuoi facendovi nel 1279 esperienza d'incubazione (dormendo nel Santuario ha ottenuto rivelazioni e guarigioni) vi ebbe la visione della Gerusalemme celeste. Angela da Foligno, convertita e confessata nel duomo di Foligno (1285) ebbe in basilica la celebre visione del Cristo parlante dalla vetrata istoriata (1291), venuta ad Assisi per chiedere personalmente al Santo la grazia dell'imitazione nella povertà evangelica. Quanto la chiesa di San Francesco costituisse il polo spirituale primario di ogni anima francescana lo rivela poi il fatto della mistica partecipazione di Chiara d'Assisi alla liturgia ivi cantata nella notte di Natale del 1252, ultimo della sua vita.
Tutte le chiese cristiane sono luoghi della presenza santa di Dio e dei suoi santi. Quella di Assisi è "la" chiesa dedicata a colui che il Crocifisso di San Damiano aveva mandato a ricostruire la "chiesa in rovina". Lo ricordava Gregorio IX nella suddetta bolla di fondazione: «Ricordando come la santa piantagione dell'ordine dei frati minori incominciò e meravigliosamente crebbe, sotto il beato Francesco di santa memoria, spandendo ovunque, per grazia di Gesù Cristo, i fiori e il profumo di una vita santa, così che il decoro della santa religione sembra venire dall'ordine sopraddetto; ci è sembrata cosa degna e conveniente che per reverenza verso lo stesso padre venga edificata ma "specialis ecclesia" nella quale si debba deporre il suo corpo».
San Bonaventura esprime con queste parole l'opera di ricostruzione che Francesco aveva compiuto in sé per mettersi in forma di fronte ai destinatari della sua parola intesa a restaurare la chiesa viva del tempo: «[Francesco] come una pietra destinata all'edificio della Gerusalemme celeste, era stato squadrato dai colpi della prova, per mezzo delle sue molte e tormentose infermità, e come materia duttile, era stato ridotto all'ultima perfezione sotto il martello di numerose tribolazioni» (Leggenda maggiore 14, 3: FF 1239).
Ad Assisi il "santuario" è in primis Francesco, costruito sul modello evangelico del Verbo incarnato e crocifisso, il "tempio cristiano" cristiano per antonomasia (Mt 26,61). Ogni tempio di pietra è funzionale alla costruzione del tempio vivo che è l'umanità che accoglie il Verbo. Insegnava in una omelia Agostino di Ippona: «la dedicazione della casa di preghiera è la festa della nostra comunità. Questo edificio è divenuto la casa del nostro culto. Ma noi stessi siamo casa di Dio. Veniamo costruiti in questo mondo e saremo dedicati solennemente alla fine dei secoli. Quello che qui avveniva mentre questa casa s'innalzava, si rinnova per i credenti in Cristo... Quando vengono catechizzati, battezzati, formati, sono come sgrossati, squadrati, levigati fra le mani degli artigiani e dei costruttori» (Sermone 336, PL 38,1471).

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

domenica 21 maggio 2017

Un luogo in cui "innamorarsi di Cristo, come Francesco, deponendo l’abito dell’egoismo, per rivestire quello di un’esistenza spesa nell’amore". Omelia del Vescovo di Assisi in occasione della inaugurazione del "Santuario della spoliazione" il 20 maggio 2017

Sabato 20 maggio 2017, durante la Messa in occasione della inaugurazione del "Santuario della spoliazione" presso la Chiesa di Santa Maria Maggiore in Assisi, l'Arcivescovo-Vescovo di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino Mons. Domenico Sorrentino ha tenuto la seguente omelia:

Santuario della spogliazione. Un evento di  ottocento anni fa, che si fa per noi messaggio e profezia.      
Purtroppo la “filosofia” di Pietro di Bernardone – il padre di Francesco che gli chiuse il cuore fino a privarlo dell’eredità, – continua a imperversare. È l’adorazione del dio-denaro, che convoca pochi eletti al suo tempio dorato, per lasciare una moltitudine in preda alla miseria. È lo scandalo di un mondo fatto da un  pugno di “sopravvestiti” che guazzano nell’effimero e un mondo di “spogliati” condannati alla disperazione. 
Il nuovo Santuario, ha scritto papa Francesco, nasce come “profezia di una società più giusta e solidale”.
Il giovane assisano che fece il gesto clamoroso di spogliarsi di tutti i beni, fino a rimanere nudo, non recitava un dramma letterario, gettava le fondamenta di un mondo nuovo. 
Il Santuario che, a ricordo di quell’evento, oggi viene inaugurato, è fatto per stimolare tutti a una riflessione radicale sul senso della vita.
È  di questo, infatti, che si tratta. Francesco d’Assisi ci conduce a un bivio. Ci pone di fronte a un aut aut. Ci obbliga a pensare e a decidere da che parte stiamo. Quello della “spogliazione” è un gesto che inquieta. Ha a che fare con la vita, con il senso dell’umano, con il futuro della società.

Ha un senso speciale per noi discepoli di Cristo. Vi si può leggere una dimensione battesimale. Si radica infatti in quel duplice movimento di immersione ed emersione, di spogliazione e rivestimento, che dà inizio alla vita cristiana, e la fa ricominciare con sempre nuovo vigore quando prendiamo sul serio il vangelo e ne facciamo il nostro programma di vita. 
È dunque dal vangelo che dobbiamo prendere le mosse, se vogliamo capire che cosa è in gioco nella spogliazione di Francesco.
La pagina di vangelo appena proclamata [Gv 14, 15-21] ci offre a tal proposito una cifra importante, che mette in gioco il volto stesso di Dio. «Se mi amate, – dice Gesù –, pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito che rimanga con voi per sempre». Il Paraclito, lo Spirito Santo, nella Trinità è il bacio, il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, e nella storia del mondo è il creatore, il rinnovatore, il respiro che fa vivere, la forza che sostiene ed edifica, il vento che spazza le macerie e la mano che le plasma e le restaura. Per Francesco, quel giorno di ottocento anni fa, fu Pentecoste, fu il tempo forte, il kairòs del Paraclito. 
Fu Francesco a togliersi i panni, o fu quel vento divino a strapparglieli di dosso? Non dubito che sia stato lo Spirito ad afferrarlo e a metterlo a nudo. Lo Spirito lo avvolse, anzi, lo travolse! E illuminò al tempo stesso la mente e il cuore del vescovo Guido, per consentirgli di decifrare lo stravagante linguaggio di Francesco. Francesco nudo e Guido che lo avvolge del suo mantello sono un gruppo scultoreo che non si può dividere: entrambi “complici dello Spirito” per dare inizio a una storia nuova.

Ma qual era il cuore della scelta di Francesco? Anche su questo ci illumina l’odierna parola del vangelo: «Chi ama me – dice Gesù – sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Francesco non fa solo un gesto di rinuncia per spuntare con la “non violenza” gli artigli del padre. Francesco fa un atto di amore. Cristo lo ha raggiunto, lo ha sedotto, si è “manifestato” a lui, come promette nella pagina evangelica appena ascoltata. E Francesco agisce come uno che se ne è invaghito. Non solo i denari non gli interessano più, ma nient’altro al mondo ha più senso, se non è Gesù o non porta a lui. Francesco è diventato, per così dire, Gesù. E per questo, uomo nuovo, uomo libero, uomo di Dio e uomo per gli altri!

Santuario della spogliazione. Santuario francescano? Senza dubbio. Quello che mancava ancora ad Assisi. Ma, ancor prima, santuario cristologico. È il mistero di Cristo che qui viene annunciato attraverso i gesti e le parole di Francesco.
Si noti che non a caso quello che oggi inauguriamo si chiama “Santuario della spogliazione”, e non “Santuario della spogliazione di Francesco”.
Ad Assisi è naturale raccontare la storia di Francesco. Ma Francesco non parla di sé, ci addita Gesù. Il Santuario evoca innanzitutto la “spogliazione” di Cristo. In questo termine si può raccogliere quello che la Scrittura indica come kénosi, ossia come svuotamento (cf Fil 2, 7). «Da Natale a Pasqua – ha scritto il Papa nella Lettera che mi ha inviato per l’occasione – il cammino di Cristo è tutto un mistero di “spogliazione”. L’Onnipotenza, in qualche modo, si eclissa, affinché la gloria del Verbo fatto carne si esprima soprattutto nell’amore e nella misericordia. La spogliazione è un mistero di amore!».
Sono queste parole di papa Francesco a delineare la vocazione specifica, la mission – si direbbe oggi –  del nostro nuovo Santuario. Esso ha la missione di annunciare, sulle orme di Francesco di Assisi, il mistero della spogliazione di Cristo e la sfida che ne deriva per la nostra vita personale e sociale, per la nostra esistenza di credenti e per la Chiesa intera. 
Nel discorso che ci fece nella Sala della spogliazione il 4 ottobre 2013 papa Francesco fece appello a tutti i membri della Chiesa perché imparino a spogliarsi dello spirito del mondo e si rivestano di Cristo. Appello che riguarda noi credenti in Gesù, ma che dice qualcosa, anche al di là della fede, a tutti gli uomini di buona volontà.   

Che cosa dunque chiede, questo Santuario? Qual è il sogno che esso porta con sé?  
Io lo vedo come il luogo in cui ciascuno di noi viene a innamorarsi di Cristo, come Francesco, deponendo l’abito dell’egoismo, per rivestire quello di un’esistenza spesa nell’amore. 
Vorrei che qui arrivassero i potenti del mondo a deporre una volta per tutte gli arsenali nucleari, le mine anti-uomo, il commercio di armi che sono la vergogna di un’umanità che vive allegramente sull’orlo del baratro, sottraendo pane e dignità a milioni di esseri umani.
Vorrei che qui venissero i mafiosi a deporre la loro prepotenza omicida che fa scorrere sangue e avvelena le fibre intime della società e dell’economia.  
Vorrei che qui venissero i burattinai della finanza internazionale a deporre i loro irresponsabili giochi che creano, nel mondo globalizzato, disoccupazione, povertà e  disagi di una infinità di esseri umani “colpevoli” solo di essere nati poveri!
Vorrei che tra queste mura, che trasudano le note del Cantico di Frate Sole, si fermasse quell’incredibile tirannia sull’ambiente che causa enormi e forse irreparabili danni che ancora una volta schiacciano le esistenze più deboli, le costringono ad emigrazioni violente e desertificano le fonti vitali dell’umanità.
Vorrei che in questi ambienti che furono testimoni di un dramma di famiglia tutto giocato sul sì o sul no al dio–denaro venissero tanti parlamentari, uomini della scienza e dell’informazione,  a interrogarsi sulla loro responsabilità di promuovere una legislazione e una cultura poste interamente a servizio della pace, della famiglia e della vita, e mai complici dell’assassinio di esseri umani nel grembo materno e nella loro fragilità dovuta all’età e alla condizione fisica.

Ce n’è per tutti. Ma a partire da noi, comunità cristiana. Come papa Francesco ci ha ricordato, anche come Chiesa abbiamo tanto da cambiare. Siamo una Chiesa  che ha bisogno di spogliarsi di storici fardelli di potere e di possesso; che ha bisogno di smettere la presunzione di mettersi sul piedistallo per farsi umile lievito di fraternità; che deve annunciare Cristo senza timidezza, con la forza mite dell’attrazione e della testimonianza; che dev’essere ancora più pronta a fare spazio agli ultimi, non accontentandosi delle opere della Caritas, per diventare una famiglia di famiglie, in cui ogni fratello bisognoso, di qualsiasi colore e latitudine, possa trovare  una mensa, una casa, un cuore.  
Questo santuario, in definitiva, invoca una Chiesa che, come Francesco d’Assisi, risplenda pienamente di Cristo e non abbia paura di gridare il vangelo.
Un  Santuario che ci impegna tutti.
Torni ad inquietarci la parola detta dal giovane Francesco nell’atto della spogliazione: «D’ora in poi non dirò più padre Pietro di Bernardone, ma Padre nostro che sei nei cieli».


A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

martedì 9 maggio 2017

"Vivere secondo la forma del santo Vangelo": "in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità". Visita alla chiesa inferiore della Basilica di S. Francesco in Assisi (4.3)


ultima revisione 23 maggio 2017

Nella crociera, il punto d'incontro tra il transetto e la navata, nella volta sovrastante l’altare eretto sopra la tomba di san Francesco, nel secondo decennio del Trecento (1315 ca) la stessa bottega di Giotto (o secondo altri un pittore a lui stilisticamente “imparentato”  - da qui il nome convenzionale di “Parente di Giotto” - e il cosiddetto "Maestro delle Vele") ha affrescato il Gloriosus Franciscus e le allegorie dei tre consigli evangelici che, fin in antico, la vita religiosa ha assunto nella forma del “voto”.
Così anche per Francesco che nella Regola del 1223 (quella “bollata”), dopo aver affermato per i suoi il principio dell’osservanza del Vangelo del Signore Gesù Cristo, così precisa: «vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità» (1, 1: FF³ 75).
Nella redazione del 1221 (la cosiddetta Regola "non bollata"), in modo più dettagliato, Francesco “scrive” che «La regola e vita dei frati è questa, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo, il quale dice: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e poi vieni e seguimi”; e: “Se qualcuno vuol venire die­tro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi se­gua”; e ancora: “Se qualcuno vuole venire a me e non odia il padre, la madre, la moglie e i figli, i fratelli e le sorelle e anche la sua vita stessa non può essere mio disce­polo”. E: “Chiunque avrà lasciato il padre o la ma­dre, i fratelli o le sorelle, la moglie o i figli, le case o i cam­pi per amore mio, riceverà il centuplo e possederà la vita eterna”» (1, 1-4: FF³ 4).
«L’influenza esercitata della mistica francescana non si è limitata a creare una nuova concezione della leggenda cristiana; non ha semplicemente portato sulla terra, dalle altezze astratte del cielo, i grandi simboli delle idee cristiane, ma ha anche dato loro un corpo, li ha rivestiti di un aspetto umano per renderli più comprensibili. E questo, a dire la verità, non era una cosa interamente nuova. Accanto ai simboli, che inizialmente costituivano il suo unico campo d’azione, l’arte cristiana, appoggiandosi in parte alle tradizioni antiche e in parte creando liberamente, ha cercato di personificare le concezioni teologiche e morali. Ma il merito della nuova mistica popolare e francescana consiste nell’aver cercato delle rappresentazioni allegoriche che fossero più chiare possibili al popolo, sostituendo alle immagini astratte delle immagini molto semplici e pittoresche. Con ciò ha fornito all’arte una materia estremamente ricca e di facile impiego. Col moltiplicarsi delle rappresentazioni allegoriche, i simboli sono diventati sempre meno frequenti […]. È impossibile dire esattamente in quale misura gli ordini mendicanti abbiano contribuito alla formazione di questo nuovo gusto artistico. Comunque il loro contributo, in via generale, è incontestabile; lo prova il fatto che le chiese dell’ordine mendicante, più di qualsiasi altra chiesa italiana, abbondano di immagini allegoriche» (Henry Thode, Francesco d’Assisi e le origini dell’arte del Rinascimento in Italia, a cura di Luciano Bellosi, Roma, Donzelli, 2003, p. 405).

Nella lettura di queste allegorie, mancando di altri criteri, seguiamo l'ordine “dettato” della Regola (obbedienza, senza nulla di proprio e castità), tenendo per ultimo il 
Gloriosus Franciscus.


L'OBBEDIENZA



La vela a sud mostra il “consiglio” dell’obbedienza il cui riferimento evangelico nella Regola “non bollata” è dato dal citato passo: «se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24; cf Rnb I 3: FF³ 4) che, insieme a quello relativo al sine proprio (cf Mt 19, 21) - almeno stando all’Anonimo perugino - Francesco incontrò nella triplice apertura del Vangelo in San Nicolò di Assisi (11: FF³ 1097).

La scena è ambientata in una sala gotica – secondo alcuni un’aula capitolare, il che renderebbe anche il luogo particolarmente significativo per tale virtù – al centro della quale è seduta l’Obbedienza con alle spalle una rappresentazione della crocifissione. L’Obbedienza, secondo alcuni vestita con un saio - alata ed avvolta da un manto scuro,  sta imponendo l’evangelico giogo (cf Mt 11, 29-30) ad un frate con la testa che sembrerebbe un teschio, forse ad indicare quell’obbedienza perinde ac cadaver (allo stesso modo di un cadavere) che molto più tardi sant’Ignazio di Loyola prescriverà per la Compagnia di Gesù (cf Costituzioni VI I 1 [547]). Inginocchiato davanti a lei il frate accoglie il giogo tendendo verso di esso le mani. 
L’Obbedienza, che richiama al silenzio come condizione necessaria a quell’ascolto che precede l’obbedire (verbo composto da ob e da audire = "ascoltare stando di fronte"), porta anch’essa il gioco, segno della suo essere soggetta ad una superiore autorità. Sopra il tetto della sala si trova la figura eretta di Francesco che tiene nella mano sinistra la croce, per nulla schiacciato dal giogo che porta anch’egli sulle spalle e le cui redini sono in quelle mani che si affacciano dal cielo, al vertice della vela. Dunque il frate che obbedisce al proprio superiore – così sembra di poter dire - obbedisce a Francesco, il quale a sua volta obbedisce a Cristo, in una relazione che richiama il passo della Regola in cui è scritto: «Frate Francesco promette obbedienza e reverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. E gli altri frati siano tenuti a obbedire a frate Francesco e ai suoi successori» (I 2-3: FF³ 76).



Ai lati di Francesco sono inginocchiati due angeli che reggono altrettanti cartigli con leggende. Su quello alla destra del Santo: Tollite jugum obedientie suae; su quello alla sua sinistra: Imitamini istum per crucem penitentie» (in particolare per il secondo, oggi parzialmente illeggibile, si è riportato il testo che compare nella Descrizione del Santuario di S. Francesco d'Assisi curata da L. Carattoli, M. Guardabassi e G. B. Rossi-Scotti nel 1863 e pubblicata nel volume XXVIII del "Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l'Umbria" (p. 163).


Alla destra e alla sinistra dell’Obbedienza stanno le sue due ancelle. La prima è la Prudenza che sembra seduta ad uno scrittoio (come nell’immagine della stessa virtù che Giotto affrescò nella Cappella degli Scrovegni di Padova agli inizi del Trecento [vedi pagina di it.wikipedia.org]), con una doppia faccia coronata, una giovane che guarda in avanti e una vecchia volta indietro, mentre tiene nella mano sinistra un compasso e nella destra uno specchio rivolto - almeno così sembra di vedere - verso colui che sta ricevendo il giogo. Davanti a lei, sullo scrittoio, sta un astrolabio, sostenuto da una piccola struttura. 
Se il volto vecchio rimanda alla memoria delle cose passate, necessaria a tutti coloro che vogliono essere prudenti, il compasso indica la necessità di saper ben misurare e riportare fedelmente, mentre lo specchio allude alla virtù che impone la conoscenza di sé stessi, condizione preliminare per la realizzazione del bene. L’astrolabio, strumento usato nella navigazione, richiama alla necessità di non affidarsi nel proprio cammino al caso o alla fortuna. Così a proposito della prudenza si legge nel Convivio di Dante: «Convienzi adunque essere prudente, cioè savio: e a ciò essere si richiede buona memoria de le vedute cose, buona conoscenza de le presenti e buona provedenza de le future» (IV 27, 5).


La seconda ancella, sul lato opposto alla prima, è l’Umiltà che ha gli occhi rivolti a terra (umiltà dal latino humĭlis = "poco elevato da terra", derivato di humus = terra), in un atteggiamento opposto a chi invece ha «occhi altezzosi e cuore superbo» (Sal 100, 5), e tiene con la mano destra una candela, così come compare in una delle formelle della Porta sud del Battistero di Firenze disegnata da Andrea Pisano e fusa tra il 1329 e il 1336 [vedi pagina di it.wikipedia.org].

Ecco come il teologo Bernhard Häring considera la virtù della prudenza e il suo rapporto con l'umiltà: «Il significato più vasto del termine  biblico “prudenza” coincide, in larga misura, col concetto di “sapienza”. Esse costituiscono, insieme, il contrapposto della “pazzia del peccato”, il quale, nel suo accecamento, si prescrive uno scopo e dei mezzi che conducono inevitabilmente all’eterna perdizione […] La prudenza deve giudicare “dei mezzi proporzionati allo scopo”, come dice S. Tommaso dopo Aristotele, cioè: essa deve vigilare sulla pratica della carità. […] Ogni virtù dipende dalla prudenza nella misura in cui essa ha bisogno di armonizzare la sua azione alle circostanze […] Essa ha due compiti: valutare esattamente le circostanze concrete, e decidere l’atto che ad ogni momento la realtà esige. […] La virtù della prudenza non considera solamente le circostanze esterne, ma, soprattutto, le realtà soprannaturali. In quanto virtù infusa, essa è l’occhio della fede rivolto alla situazione del momento. […] La prudenza si radica nell’umiltà e nel riconoscimento umile e rispettoso della realtà e delle possibilità limitate del bene. […] Prudente è solamente chi, in umiltà assume le povere condizioni della vita ed accoglie volentieri il compito che Dio gli trasmette per mezzo del messaggero così banale della situazione concreta. […] La virtù della prudenza è davanti al reale, non come spettatrice estranea, ma per impegnarsi attivamente in esso. Essa è estranea ad ogni quietismo e ad ogni falsa “interiorità”, la quale per essere in regola si contenta di buone intenzioni senza dare la dovuta importanza all’azione» (La legge di Cristo. Trattato di teologia morale. Libro terzo: Morale speciale [...], 3. ed. italiana aumentata e aggiornata, Brescia, Morcelliana, 1964, pp. 22-32).

Secondo la logica della separazione delle pecore dai capri nel giudizio finale (cf Mt 25, 31-46), in questa come nella altre allegorie abbiamo in basso a destra della vela (a sinistra di chi guarda) chi accoglie l’invito di Gesù e lo segue, mentre sul lato opposto, a sinistra, chi lo rifiuta.
In basso, a destra dell’Obbedienza (sotto la Prudenza) abbiamo due giovani - si potrebbe dire "novizi" - che, in ginocchio, rispondendo all’invito dell’angelo, si dispongono a ricevere l'evangelico giogo. Alla sinistra invece (sotto l’Umiltà) un angelo è alle prese con un centauro, con la testa e il busto di un uomo, gli arti anteriori di un cavallo mentre quelli posteriori – almeno secondo Thode (cit., p. 418) - di una pantera, in un atteggiamento non molto diverso da quello di Pietro nella scena della lavanda dei piedi affrescata poco distante dal Lorenzetti, a quel suo portarsi una mano alla testa ad esprimere un deciso diniego. 

Il centauro è raffigurato all'esterno della sala, su un piano diverso anche rispetto agli angeli che coronano la scena. Sembra scandalizzato da ciò che gli sta di fronte, dall'idea di doversi sottomettersi, di porsi sotto l’obbedienza che, come la croce di Cristo per i giudei e i pagani, gli pare scandalo e stoltezza (cf Cor 1, 23). Creatura della mitologia greca, il centauro rimanda qui alla fierezza dei cavalli che si piega «con morso e briglie, se no, a te non si avvicinano» (Sal 32, 9) o, come è definita dal finale dell’iscrizione latina posta – come per tutte le quattro scene - sotto la vela, la Presunzione. Alla base della vela, a destra e a sinistra della scena, stanno gli angeli. I due più esterni hanno tra le mani un corno. Quello alla sinistra della scena lo tiene attraverso un velo in segno di rispetto più che per il corno in se per il suo contenuto, forse dell'olio, possibile allusione ad una sorta di consacrazione regale (cf 1Sam 16, 13) o sacerdotale.

Sotto la vela un’iscrizione latina (in parte scomparsa) sintetizza così il messaggio proposto:

VIRTUS OBEDIENTIE / IUGO CHRISTI PERFICITUR / CUIUS IUGO DECENTIE / OBEDIENS EFFICITUR / ASPECTUM NON MORTIFICAT / SED VIVENTIS SUNT OPERA / LINGUAM SILNES CLARIFICAT / CORDI SCRUTATUR OPERA / COMITATUR PRUDENTIA / FUTURA QUAE PROSPICERE / SCIT SIMUL ET PRESENTIA / IN RETRO IAM DEFICERE / QUASI PER SEXTI CIRCULUM / AGENDA CUNCTA REGULAT / ET PER VIRTUTIS SPECULUM / OBEDIENTIE TREPIDAT / SE DEFLECTIT HUMILITAS / PRESUMPTIONIS NESCIA / CUIUS IN MANU CLARI[TAS] VIRTUTE […] CON […]


(La virtù dell’Obbedienza si raggiunge attraverso il giogo di Cristo: tramite questo giogo discreto si diventa obbedienti. Obbedienza non uccide il visibile, ma in essa opera colui che vive: silenziosa, essa illumina la bocca, essa scruta le opere del cuore, si unisce alla Prudenza, essa conosce il futuro, lo sa prevedere, lascia dietro di sé il presente ormai. Quasi servendosi di compasso e di divisore mette ordine in tutti gli atti, e attraverso lo specchio della virtù domina l’obbedienza con l’obbedienza. Umiltà si inchina e disprezza Presunzione. In chi le rende omaggio risiede la luce di tutte le virtù [traduzione da: Guy Lobrichon, Francesco d’Assisi. Gli affreschi della basilica inferiore, Torino, SEI, 1987, p. 134]).



LA POVERTÀ



L’affresco della vela ad est, verso la navata è dedicato alla povertà - o, per dirla con il linguaggio della Regola, al sine proprio - e ha come testo evangelico di riferimento il «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21).

Al centro della scena sta la Povertà: un donna scarna, con un abito bianco come quello di una sposa, ma stracciato e rattoppato, cinto da una corda. Le sue ali pendono inerti, come spezzate. È in piedi su di una roccia in mezzo a rami spinosi. Sotto di lei sta un cane che le abbaia contro e due uomini “piccoli”, insipienti, uno dei quali le tira dei sassi, mentre l’altro le brandisce contro un lungo bastone, segno dell’odio del mondo per la povertà (cf Jacopone da Todi, San Francesco sia laudato, citato in: Thode, cit., 409). Dietro di lei fioriscono rose bianche e rosse e gigli.
Alla sua destra c’è Cristo – colui che si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (2Cor 8, 9) - che, tenendola per il braccio, pare consegnarla a Francesco che le sta infilando al dito l’anello nuziale. Alla sinistra della Povertà le due sue ancelle: con l’abito verde la Speranza dalla quale prende l’anello per donarlo a Francesco siglando così l'alleanza; con l’abito rosso e una corona di fiori con tre fiamme sulla testa è rappresentata la Carità che offre l’amore rappresentato da un cuore. Rinuncia ai beni presenti nella “speranza” di quelli futuri (come non pensare al tema della predica presso il castello di Montefeltro: Tanto è quel bene c’io aspetto, che ogni pena m’è diletto [FiorCons 1c: FF³ 1897]) facendone dono nella “carità” ai più bisognosi.

Coloro che ascoltano e seguono Gesù sono rappresentati a destra da un giovane che, rispondendo all’angelo che lo invita alle nozze, si toglie la tunica per darla ad un povero, tunica che, nella parte superiore della scena, è portata dagli angeli a Dio – le cui mani si protendono verso il basso - insieme ad un borsa, presumibilmente di denaro, e ad una casa. Evidente il riferimento al passo del citato brano in cui Gesù dice: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25, 40). 


A sinistra invece stanno coloro che rifiutano l’invito (cf Mt 22, 1-5). Il primo sembra essere un uomo dedito alla falconeria, la pratica venatoria basata sull'uso dei falchi o di altri rapaci come appunto quello che tiene sul braccio sinistro. Con la mano destra fa un gesto volgare (il gesto delle fiche ricordato anche da Dante in Inferno XXV 2). Si tratta di due elementi che dicono l'orgoglio o, meglio ancora, la superbia di chi pretende di prevalere sugli altri. Alla sua sinistra sta l'Avarizia con un vistoso abito blu e giallo che volta le spalle all'angelo stringendo tra le mani una borsa probabilmente di denaro. E se a qualcuno questo secondo personaggio sembra tonsurato (un non improbabile richiamo all'avarizia di certo clero), più evidente è la chierica dell'Invidia la cui testa spunta tra i primi due. Si tratta evidentemente di un "religioso” (oltre alla tonsura porta un cappuccio, elemento che caratterizzava l'abito degli ordini monastici e mendicanti) che con le mani sembra premersi il petto, come per soffocare qualcosa che gli brucia dentro. 
Si tratta dei vizi dai quali lo stesso Francesco mette in guardia i frati quando nella Regola scrive: «Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino i frati da ogni superbia, vana gloria, invidia, avarizia, cure o preoccupazioni di questo mondo, dalla detrazione e dalla mormorazione» (Rb VIII 7: FF³ 103); vizi che Dante cita in Inferno VI 74-75 come tre scintille che danno origine all'incendio della stessa convivenza sociale in quanto pongono gli uomini gli uni contro gli altri (cf Dante Alighieri, Commedia, con il commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Vol. 1:  Inferno, Milano, A. Mondadori, 1991, p. 194, nota a VI 75).

Sotto la vela l'iscrizione latina:

[…] SIC CONTEMNITUR / DUM SPERNIT MUNDI GAUDIA / VESTE VILI CONTEGITUR / QUERIT CELI SOLATIA / […] TUR DURIS SENTIBUS / MUNDI CARENS DIVITII / ROSIS PLENA VIRENTIBUS / […] ANT / CELESTIS SPES ET CARITAS / ET ANGELI COADJUVANT / HANC SPONSAM CHRISTUS TRIBUIT / FRANCISCO UT CUSTODIAT NAM OMNIS EAM RE [SPUIT]

(Povertà è schernita, tuttavia essa disdegna le gioie terrene; vestita di vili stracci, cerca le consolazioni celesti. Ferita da dure spine, privata delle ricchezze terrene, risplende di rose fiorite e della gioia del cielo, a Francesco essa porta il suo costate aiuto; Speranza e Carità celesti danno il loro contributo affinché Necessità sia legge. Cristo a Francesco la dà in sposa, affinché egli la mantenga. Il mondo intero infatti la vomita [traduzione da: Lobrichon, cit., p. 132]).



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Il tema della Mistiche nozze di Francesco con Madonna povertà potrebbe essere definito un “classico” della agiografia sanfrancescana. Appare per la prima volta nella Vita seconda di fr. Tommaso da Celano (55: FF³ 641) con espressioni poi riprese da san Bonaventura nella Leggenda maggiore (VII 1: FF³ 117). Subito dopo il tema è trattato nell'operetta allegorica di anonimo autore della seconda metà del sec. XIII intitolata Sacrum Commercium sancti Francisci cum domina Paupertate (L'alleanza di santo Francesco con Madonna Povertà) (FF³ 1959-2028) e in una laude di Jacopone da Todi (San Francesco sia laudato). Un tema quindi diffuso ben prima che Dante lo celebrasse nella Divina Commedia (Par XI, 58-78) e che alcuni vorrebbero far risalire addirittura allo stesso Francesco che a papa Innocenzo III raccontò la parabola di quella donna povera che, vivendo nel deserto, manda i figli poveri come lei al re suo sposo, esortandoli a non vergognarsi della propria condizione, ma di chiedere quanto gli occorre (cf 2Cel 16: FF³ 602; LegM 3, 10: FF³1064). Del resto – secondo il primo biografo – così ebbe a rispondere agli amici che gli chiedevano se volesse prendere moglie: «Prenderò la sposa più nobile e bella che abbiate mai vista, superiore a tutte le altre in bellezza e sapienza» (1Cel 7: FF³ 331).


LA CASTITÀ



La vela a nord, dedicata alla Castità, ha come luogo di riferimento una rocca con torre e mura di cinta merlate, bianca come lo stendardo che sventola sulla sua sommità. La fortezza è sorvegliata da nove guerrieri alati e barbuti, con scudo e flagello. Nella torre, attraverso una finestra, si vede la protagonista (S. Castitas), con velo e soggolo bianchi, rivolta con le mani giunte verso un’immagine sacra, un trittico, appeso alla parete. Due angeli le porgono la corona e la palma, antichi attributi della vittoria. Ai piedi della torre, si sporgono dalle mura le due ancelle, la Purezza (S. Munditia) e la Fortezza (S. Fortitudo), rivolte verso un giovane che, proprio ai piedi della rocca, nudo in una vasca, viene lavato da due angeli. Porgono a lui rispettivamente uno stendardo bianco e uno scudo, l’insegna della dama che appunto dovrà custodire e difendere. Altri due angeli procedono verso di lui dalla sinistra della scena portando un abito che, con il cappuccio calzato, troviamo indossato dalla Penitenza (Penitentia) che, con un flagello, respinge l’assalto delle passioni che procedono da sinistra. 


Si tratta di Amor, Immunditia ed Ardor: la prima con una corona di fiori in testa, gli occhi bendati, le ali, l’arco e una faretra piena di frecce, richiama il Cupido (Desiderio, pl. Cupidines) - Cupido e Amor sono i nomi latini di Eros, il dio greco dell’amore fisico e del desiderio - della tradizione classica a differenza del quale però al posto dei piedi ha zampe di rapace e nella fascia a tracolla pendono come trofeo i cuori che ha rapito, come il cacciatore appende alla cintura la preda che ha catturato; più a sinistra sta la seconda passione rappresentata da un cinghiale - il cui simbolismo spesso si mescola con quello del maiale - coricato di spalle a terra a rappresentare le passioni immonde o impure; infine, sopra Amor, troviamo Ardor, con la parte inferiore di un animale peloso e quella superiore di uomo con spalle e capelli infuocati. Le Passioni sono respinte dalla Penitenza, ma anche da tre donne che portano tra le mani gli attributi della Passione (chiodi e croce, secchiello, lancia), probabile richiamo alla grazia sacramentale che scaturisce dalla croce di Cristo, e dalla morte rappresentata da uno scheletrico angelo nero con in mano una falce, a rammentare il momento in cui l’uomo sarà chiamato a render conto dell’uso che ha fatto di quel corpo che gli è stato donato.
Dalla parte opposta, a destra della vela, Francesco che aiuta a salire il monte della virtù coloro che accolgono l’invito a seguire la croce di Cristo, mostrata loro da un angelo che sta alla destra del Santo. Rappresentano i tre stati di vita della famiglia francescana: al centro un frate (il cosiddetto Prim'Ordine); alla sua sinistra, più nascosta, una monaca (il Second'Ordine, quello delle Damianite, o Povere Dame, oggi Clarisse); in primo piano un laico (il Terz'Ordine, l'attuale Ordine Francescano Secolare).





Sotto la vela l'iscrizione latina:

[…] / ET CASTITATI ORANTI / VICTORIA CORON[AQUE] / DATUR CARITATEM. / HANC QUERENS SE ASTRINGERE / HONESTATEM SECRETO / LOCO DATUR PERTINERE / SI FORTITUDO PROTEGIT. / DUM CASTITAS PROTEGITUR / PER VIRTUOSA MUNERA / NAM CONTRA HOSTES TEGITUR / PER PASSI CHRISTI VULNERA / DEFENDIT PENITENTIA / CASTIGANDO SE CREBIUS / MORTIS REMINESCENTIA / DUM MONTEM PULSAT SEPIUS / FRATRES SORORES ADVOCAT / INCONTINENTES CONJUGES / CONCTOS AD EAM PROVOCAT / FRANCISCUS

(Poiché a colui che prega nella castità è data in segno di vittoria la corona più alta. Chi vuole guadagnarla, si riveste di onore; l’accesso a questo luogo è concesso se la forza lo protegge perché Castità è protetta da un muro di offerte valorose; essa è rivestita d’una armatura contro i nemici, grazie alle piaghe di Cristo che ha sofferto. La penitenza la difende, e si mortifica severamente al pensiero della morte ed essa eccita ancor più il suo spirito. Frati, suore e terziari tutti Francesco invita e spinge fino a lei [traduzione da: Lobrichon, cit., p. 127]).


IL FRANCESCO GLORIOSO


A completare il ciclo della crociera, nell'affresco della volta verso l’abside, ad ovest, è rappresentato il Gloriosus Franciscus, imberbe, rivestito di una sontuosa dalmatica (l’abito liturgico proprio del diacono), le cui stigmate sono ora preziose gemme. È circondato da un'aureola di raggi e porta nella mano destra la croce, mentre con la sinistra tiene il libro dei Vangeli. Siede su di un trono riccamente decorato che richiama la visione nella quale gli veniva riservato il seggio di Lucifero precipitato dal cielo (cf 2Cel 123: FF³ 707), sulla cui sommità sta uno stendardo rosso con la croce e sette stelle in oro, allusione alle sei apparizioni della croce che «in modo mirabile e secondo un ordine progressivo» furono mostrate apertamente in lui e intorno a lui, a cui si aggiunge la settima, quella del Crocifisso sul monte della Verna (cf LegM 13: FF³ 1236).
Intorno al trono una teoria di angeli musicanti e danzanti, alcuni dei quali hanno in mano dei gigli. 

Anche qui, sotto la vela, l'iscrizione latina:

[...] RENOVAT / IAM NORMAM EVANGELICAM / FRANCISCUS CUNCTIS PRAEPARAT VIAM SALUTIS CELICAM / PAUPERTATEM DUM REPARAT / CASTITATEM ANGELICAM / OBEDIENDO COMPARAT / TRINITATEM DEIFICAM  / CORONATUS VIRTUTIBUS ASCENDIT REGNATURUS / HIS CUMULATUS FRUCTIBUS / PROCEDIT IAM SECURUS / CUM ANGELORUM CETIBUS / ET CHRISTI PROFECTURUS / FORMAM QUAM TRADIT FRATRIBUS / SIT  QUISQUE SEQUUTURUS 

(Il messaggero ha rinnovato la norma evangelica. Francesco prepara per tutti la via celeste della salvezza. Mentre riparata la Povertà e l'angelica Castità con la sua Obbedienza egli acquista una trinità divinizzante. Egli si innalza per regnare, colmo di tutti questi frutti. Ora avanza in sicurezza con le coorti degli angeli e va verso Cristo. Questa forma di vita che lascia ai suoi frati ognuno la segua [traduzione da: Lobrichon, cit., p. 136]).

Sembra di sentirla a questo punto l’antica antifona che, presa dall'eucologia della Messa di san Martino di Tour, papa Gregorio IX avrebbe intonato il giorno della canonizzazione del nostro Santo: Franciscus pauper et humilis, caelum dives ingreditur, hymnis caelestibus honoratur (Francesco povero ed umile, ricco entra nel Cielo, onorato con inni celesti).

Franciscus pauper et humilis


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Sotto al Gloriosus Franciscus, nel catino dell’abside, fino al primo quarto del secolo XVIII, era affrescata la Gloria della Croce opera di Pietro Fiorentino (1301-1350) di cui ci dà notizia il Vasari e l’Antica descrizione manoscritta della Basilica (cf Thode, cit., pp. 425-426). Probabilmente a causa del degrado, fu sostituito nel 1623 dall'attuale Giudizio finale, opera del pittore umbro Cesare Sermei (1581-1668).



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Qualcuno ha proposto una “curiosa”, ma comunque interessante interpretazione della posizione delle quattro vele rispetto a chi le guarda, o meglio a chi - quando più netta era la separazione tra il “popolo” della navata e i “chierici” nel transetto - le guardava. Quella del Francesco glorioso è rivolta verso verso il pellegrino che giunge per “vedere” Francesco e lo contempla in quella gloria che è la meta dalla condizione dell'homo viator ; i “voti” sono invece rivolti ai “religiosi”: la Povertà, il sine proprio, è guardata meglio da chi sta nel coro, secondo alcuni i frati più anziani, così richiamati a quel momento della vita in cui sarà chiesto loro di lasciare ogni cosa (cf Lc 12, 20); le vele della Castità e dell’Obbedienza sono invece ben leggibili dai due lati del transetto dove probabilmente stavano i frati più giovani, chiamati così a specchiarsi nelle virtù con le quali educare l'esuberanza connaturale alla loro età.



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Rimangono da “raccontare” due immagini che si trovano a fianco delle porte che, sui due lati della parete ad ovest, conduco al loggiato superiore del Chiostro di Sisto IV. Si tratta del Giuda impiccato del transetto meridionale e del San Francesco e la morte incoronata sul lato opposto, nel transetto settentrionale. Qualcuno mette queste due scene in relazione a chi forse utilizzava le rispettive scale per raggiungere o lasciare il transetto in cui si svolgevano le celebrazioni: i frati quella a sud, per rientrare nel convento, la corte papale a nord, per raggiungere il patriarchium, il “palazzo” fatto costruire probabilmente da Innocenzo IV, per se e per la sua “corte”, proprio su quel lato del complesso santuariale. 

Ai primi la figura di Giuda (la cui iconografia si ispira a Mt 27, 5; At 1, 15, ma anche al Vangelo apocrifo di Nicodemo) era di ammonimento circa la possibilità di tradire colui che avevano appena incontrato nella preghiera; agli altri Francesco mostrava la morte con una corona cadente quasi a ripetere loro la celebre locuzione Sic transit gloria mundi (così passa la gloria del mondo), in uso nel cerimoniale papale già nella metà del secolo XIII (cf Agostino Paravicini Bagliani, Le chiavi e la tiara. Immagini e simboli del papato medievale, Roma, Viella, 2005, p. 106).





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Post di questo blog relativi alla visita alla Basilica di S. Francesco in Assisi

Introduzione generale
1. Dal colle dell'Inferno al colle del Paradiso

La chiesa inferiore
2. Ferma il passo, rallegrati, o viaggiatore: il portale e il transetto d'ingresso
3.1. Franciscus vir catholicus et totus apostolicus: il lato meridionale della navata con il ciclo sanfrancescano
3.2. Franciscus alter Christus: il lato settentrionale della navata con il ciclo cristologico
4.1. Vivere secondo la forma del santo Vangelo - L’umiltà dell’Incarnazione: il lato settentrionale del transetto
4.2. Vivere secondo la forma del santo Vangelo - La carità della Passione: il lato meridionale del transetto
4.3. Vivere secondo la forma la forma del santo Vangelo - In obbedienza, senza nulla di proprio e in castità: le "allegorie francescane" e il Gloriosus Franciscus nel soffitto della crociera

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Bibliografia di riferimento:

* L. Carattoli, M. Guardabassi, G.B. Rossi-Scotti, Descrizione del Santuario di S. Francesco d'Assisi (1863), in "Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria dell'Umbria", vol. XXVIII, fasc. 1-3 (nn. 74-76), pp. 89-227 (la descrizione delle vele alle pp. 162-166).
* I.B. Supino, La Basilica di San Francesco d'Assisi. Illustrazione storico-artistica con duecento incisioni e sei tavole fuori testo, Bologna, Nicola Zanichelli, 1924, pp. 125-132.
* Guy Lobricon, Francesco d'Assisi. Gli affreschi della basilica inferiore, Torino, Società Editrice Internazionale, 1987, pp. 126-136.
* Henry Thode, Francesco d’Assisi e le origini dell’arte del Rinascimento in Italia, a cura di Luciano Bellosi, Roma, Donzeli, 2003, pp. 406-423.
* Marion Jancek, Chasteté et Pauvreté à Assise. Essai d'interpretazion iconografique des "vele". Mémoire de licence en histoire de l'art, Sous la direction du professeur Serena Romano; Expert M. Nicolas Bock, Université de Lausanne-Faculté de Lettres, Juin 2000.

* Loredana Nepi, L'Allegoria dell'Obbedienza negli affreschi della Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi, in: "Propositum" 13, 2010/1, 5-9 (online alla pagina di www.ifc-tor.org).
* Loredana Nepi, L'Allegoria della Povertà negli affreschi della Basilica Inferiore di San Francesco ad Assisi. Brevi note iconografiche, in: "Propositum" 14, 2011/1, 6-10 (online alla pagina di www.ifc-tor.org).
* Loredana Nepi, L'Allegoria della Castità negli affreschi della Basilica inferiore di San Francesco in Assisi. Brevi note iconografiche, in: "Propositum" 14, 2011/2, 5-11 (online alla pagina di www.ifc-tor.org).
* Loredana Nepi, Franciscus Gloriosus. La vela della Gloria di san Francesco nella Basilica inferiore di Assisi, in: "Propositum" 16, 2013/1, 5-11 (online alla pagina di www.ifc-tor.org).

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco

venerdì 5 maggio 2017

"Vivere secondo la forma del santo Vangelo": "la carità della Passione". Visita alla chiesa inferiore della Basilica di S. Francesco in Assisi (4.2)


La lettura del Vangelo - dalla promessa contenuta nella doppia scena dell’Annuciazione al compimento che si realizza in quelle speculari della Discesa agli inferi e della Risurrezione - prosegue nel transetto meridionale dedicato alla «carità della Passione» (1Cel 22: FF³ 357). Qui, Pietro Lorenzetti (1280/85ca-1348ca), una miniaturista considerato tra i massimi rappresentanti della scuola senese, probabilmente tra il 1315 e il 1319 affresca le scene della passione, morte e risurrezione di Cristo. «Al vangelo dell’infanzia doveva rispondere il vangelo della Passione e i maestri di bottega decisero di affidarne l’esecuzione a un giovane senese che sapevano in grado di ribaltare le pesanti convenzioni della sua arte. Pietro Lorenzetti superò tutte le aspettative e rivestì il racconto della Passione d’un’immaginazione policroma e d’un’ispirazione del tutto insolita, nonostante i limiti imposti dal soggetto e il rigore del programma generale» (cf Guy Lobrichon, Francesco d’Assisi. Gli affreschi della basilica inferiore, Torino, SEI, 1987, p. 106).

Secondo la logica di lettura dettata dal ciclo dell’infanzia, il primo affresco di questa nuova sequenza - che parrebbe seguire, più che la narrazione evangelica, la cronologia della Settimana Santa, con al centro il Triduo Pasquale o, come lo chiama sant’Agostino, il «sacratissimo triduo del Crocifisso, Sepolto e Risorto» (Epistola 55, 24: Patrologia Latina 33, 215) – si trova al vertice della volta ovest, sul versante destro del visitatore che entra nel transetto sud ed è l’Ingresso a Gerusalemme (Mt 21, 1-9 e par.), «una città splendida e sontuosa, ben più viva della città severa e stereotipa che avevano lasciato i suoi genitori» (Lobricon, cit., p. 106-107). È l’episodio che la liturgia commemora nella cosiddetta Domenica delle Palme in cui prende appunto avvio la Settimana Santa. 

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate nel villaggio che vi sta di fronte: subito troverete un'asina legata e con essa un puledro. Scioglieteli e conduceteli a me. Se qualcuno poi vi dirà qualche cosa, risponderete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà subito». Ora questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta: Dite alla figlia di Sion: / Ecco, il tuo re viene a te / mite, seduto su un'asina, / con un puledro figlio di bestia da soma.I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l'asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via. La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro, gridava: Osanna al figlio di Davide! / Benedetto colui che viene nel nome del Signore! / Osanna nel più alto dei cieli!

Il proseguo della lettura ci conduce, a destra, sulla soglia del Triduo con la celebrazione del Giovedì Santo. Eccoci nel Cenacolo durante l’Ultima cena così come narrata dai vangeli “sinottici” (Mt 26, 20-29 e par.), ma con l’immagine dell’apostolo Giovanni reclinato sul petto di Gesù secondo il racconto del quarto vangelo (Gv 13, 25). «Sembra che il tempo si sia fermato, ma l’animazione che regna in cucina ci ricorda che l’Eucaristia è di tutti i giorni e che la vita continua. Dal gatto al cane, ai domestici e ai servitori, e poi agli apostoli, si passa a poco a poco dal realismo più quotidiano al sacro più intenso» (Lobrichon, cit., p. 107), o viceversa: «la rappresentazione di questa cucina è stata segnalata come una grande novità, l’irrompere cioè di un dato realistico nel tema così denso di implicazioni simboliche, dell’Ultima Cena» (Chiara Frugoni, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, in: I protagonisti dell’arte italiana. Dal Gotico al Rinascimento. Duccio, Giotto, Simone Martini, Beato Angelico, Filippo Lippi, Benozzo Gozzoli, Firenze, Scala, 2013, p. 262).
Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo».  Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».

La scena a sinistra del sottostante registro riprende l’episodio con cui, a differenza degli altri evangelisti, san Giovanni racconta come Gesù «dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (13, 1). In un ambiente completamente diverso dal padiglione esagonale della scena precedente, viene affrescata la Lavanda dei piedi (13, 1-15). «All’estrema sinistra Pietro protesta per il gesto di Gesù che gli lava il piede, Giuda si è appartato ed esprime il suo rifiuto con un gesto della mano. Il tema è enunciato da Cristo: è quello dell’obbedienza, e un altro apostolo l’ha compreso così bene che si affretta a togliersi il sandalo per avere parte con Cristo (Gv 13, 8)» (Lobrichon, cit., p. 110). Tolto il mantello blu della sua umanità Gesù rimane con la tunica rosso porpora- che già si intravvedeva sotto il manto fin dalla prima scena di questo ciclo – simbolo della sua divinità. È Dio quindi che in Gesù Cristo si fa servo e lava i piedi ai suoi discepoli, come anche sembrano sottolineare le maniche dello stesso abito arrotolate: «chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 43-45).
Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita.  Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto.  Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?».  Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».  Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».  Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.

Il racconto continua nell’orto degli Ulivi dove Gesù si reca con i suoi. Lì avviene il Tradimento di Giuda (Mt 26, 47-56 e par.). «La luna si nasconde dietro le rocce, sospesa sopra Giuda che posa la mano su Cristo per significare il potere che ha su di lui. Da sinistra i soldati scendono in frotta, raggruppandosi in una massa nerastra e indistinta al centro. Sono solo strumenti rizzati verticalmente. La scena si svolge tra Giuda e Cristo. Non sarà il gesto disperato di Pietro che mozza l’orecchio di Malco (Gv 18, 10) ad arrestarla. D’altronde lo stesso Pietro, figura del sommo pontefice, si è appena tolto il mantello, segno che conduce una battaglia alla quale non doveva prender parte e se ne pente. Gli altri apostoli si disperdono, abbandonando il Cristo nelle mani del traditore» (Lobrichon, cit., p. 110).
Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo.  Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». E subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò.  E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio.Allora Gesù gli disse: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono.

Sul versante opposto della volta, in alto, a sinistra, è affrescata la Flagellazione di Gesù (Mt 27, 11-26 e par.) tra alcuni spettatori che chiacchierano e, sopra di loro, a destra un bimbo che con accanto la madre – qualcuno vi ha voluto vedere la famiglia di Pilato - tiene al guinzaglio una scimmia, possibile allusione a Satana che appunto “scimmiotta” Dio - Tertulliano lo chiama simia dei (scimmia di Dio) – senza mai poterlo uguagliare. «L’indifferenza è totale, Gesù è lasciato solo e questo per il pittore conta più del dolore e dell’accasciamento di Cristo: per mostrare questi due aspetti, la Coronazione di spine era tradizionalmente più efficace e più frequente della Flagellazione» (Lobrichon, cit., p. 110-111).
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l'interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose «Tu lo dici». E mentre lo accusavano i sommi sacerdoti e gli anziani, non rispondeva nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante cose attestano contro di te?». Ma Gesù non gli rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore.Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: «Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua». Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò: «Chi dei due volete che vi rilasci?». Quelli risposero: «Barabba!». Disse loro Pilato: «Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?». Tutti gli risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli aggiunse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora urlarono: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli». Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.

«Come prima vi eravamo entrati, ora usciamo dalla città per avviarci al Calvario. Gesù porta la croce [Gv 19, 16-17 e par.], e lascia una Gerusalemme vuota, nuda e senza attrattive. In testa e in coda al sinistro corteo, preoccupato solo del buon ordine della marcia, procedono uomini a cavallo: due ladroni davanti, due soldati. Gesù sofferente che porta la croce, altri due soldati che trattengono gli slanci dolorosi di Maria, delle tre pie donne e di S. Giovanni, senza dubbio Veronica e poi ancora alcuni soldati. Il sinistro corteo si dirige verso il luogo della crocifissione. Tutto è sfocato e desolato, in netto contrasto con l’Ingresso trionfale, che sta di fronte, e i profeti piangono» (Lobrichon, cit., p. 111).
Allora [Pilato] lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota.











Nel registro sottostante, anzi, nello spazio che nel transetto settentrionale era occupato dal secondo e dal terzo registro, «uno spazio inaudito e smisurato a confronto di tutte le altre scene» (Lobrichon, cit., 111), sta la grande Crocifissione (Gv 19, 18-35), purtroppo danneggiata nel sec. XVII dalla collocazione di un altare proprio sotto la croce. Siamo nel cuore del Venerdì Santo. Il gruppo della Vergine, delle pie donne e di san Giovanni, «solidale nella disperazione si è raccolto sotto uno dei due ladroni crocifissi, come dicono i vangeli, insieme a Gesù. I due ladroni appaiono per la prima volta in una composizione monumentale in Occidente, ma qui ci interessa quello di sinistra e solo lui; ha l’aureola, è quello che Gesù porta con sé in paradiso (Lc 23, 43). Non merita l’attenzione di nessuno e la soldataglia se la prende con l’altro malfattore. Da sinistra dunque comincia l’opera della Redenzione e il ladrone ne è il primo beneficiario. Nel frattempo, gli angeli in cielo, in preda a un dolore indicibile, volano qua e là; non raccolgono più il sangue di Cristo che cola a fiotti sui presenti […] Sotto il braccio destro di Gesù si trovano i veri discepoli, con gli occhi fissi d’ora in poi verso il vero Dio crocifisso e oltre, verso le scene che seguono sul versante meridionale» (Lobrichon, cit., p. 114).

[…] Lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall'altra, e Gesù nel mezzo. Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei».  Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei». Rispose Pilato: «Ciò che ho scritto, ho scritto».I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti / e sulla mia tunica han gettato la sorte. E i soldati fecero proprio così.Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò.Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all'altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.



Nel registro inferiore del lato sinistro della parete sud (a destra della Crocifissione), Pietro Lorenzetti rappresentò la Deposizione della croce (Gv 19, 38-39), «forse l’affresco più bello di tutti per la genialità della composizione, che spinge tutti i personaggi con un effetto fortemente asimmetrico in una piramide spostata a sinistra, lasciando il campo visivo vuoto, dove sola grandeggia la nuda croce. Da Nicodemo intento a svellare i chiodi dai piedi sanguinanti, a Giovanni, a Giuseppe di Arimatea, alle Marie, è una linea ininterrotta che fluisce avvolgente, scandendo il propagarsi del dolore che passa da un personaggio all’altro; ognuno sorregge con gesto affettuoso ed intenso Cristo, quasi disarticolato dal supplizio […]. Bellissimo anche lo sguardo della Madonna i cui occhi fissano, in esatta corrispondenza, gli occhi chiusi del Figlio, mentre i biondi capelli fluttuano in una morbidissima cascata. E da ammirare è ancora il grumo di sangue sulla nuda roccia, sotto la veste allargata di Nicodemo, appena caduto dalla croce ora vuota; ancora una di quelle indicazioni temporali che Pietro riesce così abilmente ad introdurre nei suoi affreschi, qui per segnare drammaticamente la vita di Cristo appena conchiusa» (Frugoni, cit., p. 209).
Dopo questi fatti, Giuseppe d'Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre.





Dalla parte opposta della parete, a destra, sempre nel registro inferiore, si trova la scena della Sepoltura (Gv 19, 53-56) che nei racconti evangelici forma un tutt’uno con la Deposizione. Compaiono gli stessi personaggio di quella scena, questa volta raccolti attorno al sarcofago di Gesù, in cui il corpo sta per essere deposto tramite il sudario, teso da Giuseppe d'Arimatea, Nicodemo e Giovanni apostolo. La Vergine bacia e abbraccia un'ultima volta il figlio, assistita dalle due Maria e dalla Maddalena, colte in gesti di viva disperazione.
[Calato dalla croce il corpo di Gesù, Giuseppe d’Arimatea] lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. Era il giorno della parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.

Il ciclo prosegue nel registro superiore, a sinistra, sopra la scena della Deposizione, con quella della Discesa agli inferi, mistero di cui si fa memoria il Sabato Santo.
Si tratta di un episodio che nell’iconografia attinge al Vangelo apocrifo di Nicodemo (Apocrifi del Nuovo Testamento, a cura di Luigi Moraldi, vol. 1: Vangeli, Casale Monferrato, Piemme, 2000², pp. 593-723; qui Recensione latina “B” 2, 1-5, 2, pp. 717-722 e, per il finale, Recensione latina “A” 8, 1, p. 706) in cui – nell’interpretazione del Lorenzetti – emerge al centro della scena «l’intrecciarsi – sul vuoto della brulla roccia – delle mani di Cristo e di Adamo, il primo salvato, a cui si oppone, in un moto convulso e vano, la mano aperta di Satana, dai piedi mostruosi, irrigiditi per l’ira della sconfitta» (Frugoni, cit., p. 270).
Aprite le porte! Dunque, mentre eravamo agli inferi incatenati nelle tenebre e nell’ombra di morte, improvvisamente risplendette su di noi una grande luce e si scossero l’inferno e le porte della morte. Si udì la voce del figlio del Padre altissimo, come la voce di un tuono, che proclamava, dicendo: “Ritraete, o prìncipi, le vostre porte, alzatevi porte eterne! Si approssima ad entrare il re della gloria, Cristo” […].Allora Satana disse all’Inferno: “Preparati a ricevere colui che ti condurrò”. L’Inferno rispose a Satana così “Questa voce non può essere altro che il grido del figlio del Padre altissimo, giacché al suono hanno tremato la terra e tutti i luoghi dell’inferno; penso perciò che io e i tuoi lacci siamo già aperti. Ma ti scongiuro, Satana, capo di tutti i mali, per le tue e le mie forze, di non introdurlo qui da me, affinché mentre lo vogliamo catturare non siamo da lui catturati […].Ma il nostro padre, Adamo, rispose a Satana in questo modo: “Duce della morte, di che cosa hai paura e tremi? Ecco che viene il Signore a distruggere tutte le tue menzogne; tu sai preso da lui e relegato per sempre”. Allora tutti i santi udendo come la voce del padre nostro Adamo rispose con fermezza a Satana, furono confermati nella gioia; corsero tutti dal padre Adamo e si radunarono in quel posto attorno a lui.E risuono nuovamente la voce del figlio del Padre altissimo, come il fragore di un grande tuono, che diceva: “Togliete, o prìncipi le vostre porte, alzatevi o porte eterne, ed entrerà il re della gloria”. Allora Satana e l’Inferno gridarono, dicendo: “Chi è questo re della gloria?”. E la voce del Signore rispose loro: “Il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia” […].Ed ecco che improvvisamente l’Inferno si scosse, sin infransero le porte della morte, si spezzarono le sbarre di ferro e caddero a terra, e si aprì ogni cosa. Satana rimase in mezzo confuso e avvilito con i piedi avvinti da un ceppo. Ed ecco il Signore Gesù Cristo venire nello splendore di una luce eccelsa, mansueto, grande e umile, portando in mano una catena: la avvinse al collo di Satana, gli legò le mani dietro la schiena, lo scaraventò all’indietro nel Tartaro e gli mise il suo santo piede sulla gola, dicendo: “Per tutti i secoli hai fatto tanti mali, non ti sei arrestato in alcun modo. Oggi ti affido al fuoco eterno” […].
E stendendo la sua mano il Signore disse: “Venite a me, tutti voi, miei santi, che portate la mia immagine e somiglianza. Voi che siete stati dannati a causa dell’albero, del diavolo e della morte, vedete ora il diavolo e la morte dannati a causa dell’albero”. Tutti i santi si radunarono subito sotto la mano del Signore. Presa la mano destra di Adamo il Signore gli disse: “Pace a te e a tutti i figli tuoi, miei giusti". Allora, Adamo, gettatosi alle ginocchia del Signore, lo pregava con lacrime e a gran voce diceva: “Ti esalterò, Signore, poiché mi hai preso, non permettendo che i miei nemici si rallegrassero su di me. Signore Dio, gridai a te e tu mi hai sanato, o Signore: hai estratto dagli inferi l’anima mia, mi hai liberato da coloro che discendono giù nel lago.

Una vittoria, quella sugli inferi, che insieme a quella della scena successiva della  Risurrezione segna il compimento della “buona notizia” dell’Annunciazione. Si tratta di una raffigurazione non usuale per un mistero che i vangeli narrano essenzialmente attraverso la categoria dell’esperienza di coloro che incontrarono il Risorto (come ad esempio l’affresco giottesco del Noli me tangere della Cappella della Maddalena nella stessa chiesa inferiore, affrescato presumibilmente tra il 1207 e il 1208). Se già dal VI secolo si afferma l’immagine di Cristo che scende negli inferi, quella del Cristo che esce dal sepolcro inizierà ad essere utilizzata proprio a partire dal Trecento. «Questa nuova plasticità nell'interpretazione del tema è dovuta, almeno in parte, all'influsso del coevo teatro sacro, che per la scena della Risurrezione prevedeva l'uscita da sotto il palco, per via di una botola o secret, dell'attore che faceva la parte di Cristo» (Timothy Verdon, Fede nell’invisibile, in “L’Osservatore Romano”, 12 aprile 2009).


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La decorazione del transetto meridionale – come già in quello settentrionale – contiene un riferimento “esplicito” alla vita di Francesco. Nel registro inferiore del lato ovest, sotto l’affresco del Tradimento di Giuda del ciclo della passione, morte e risurrezione di Gesù, lo stesso Pietro Lorenzetti illustra il celebre episodio della stigmatizzazione del Santo avvenuta sul monte della Verna presumibilmente nel settembre 1224, attuando un compromesso tra le versioni dell’episodio narrateci da Tommaso da Celano (1Cel 94-95: FF³ 484-485; 3Cel 4: FF³ 829) e da san Bonaventura (LegM 13, 1-5: FF³ 1223-1228): «da una parte il serafino non è più il semplice angelo tutto coperto dalle sue ali e senza la croce, come lo aveva raffigurato una trentina d’anni prima il "Maestro di san Francesco" nella medesima chiesa; le ali si sono abbassate per mostrare il costato trafitto di Cristo; ed è veramente Cristo, inchiodato alla croce, che appare nel cielo, le sue ferite giungono come frecce a ferire nelle mani nei piedi e nel costato il santo; solo le ali, quasi decorative, ricordano l’antica apparizione angelica. D’altra parte però, come Cristo nell’Orto degli Ulivi è in ginocchio in preghiera, fra le rocce della Verna, ma dove pure sono due olivi. Nel Vangelo di Luca (22, 39-46) è detto che il dolore provato da Cristo, immaginando quello che avrebbe patito, lo fece sudare sangue (come Francesco!), tanto che un angelo (come il serafino) appare e lo consola» (Frugoni, cit., p. 271-272).




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Sulle altre due pareti del transetto meridionale, nel registro più basso, vengono raffigurati alcuni santi particolarmente venerati nel territorio assisano: nel lato sinistro della parete est (sotto la grande Crocifissione) san Vittorino (probabilmente l'unica rimasta di altre figure che potevano seguire fino al trittico sul lato opposto della stessa parete), mentre, nello stesso lato della parete sud (sotto la Deposizione): san Niccolò, santa Caterina, santa Chiara e santa Tecla. 






Tra i due gruppi di santi, sul lato destro della parete est, sempre sotto la Crocifissione) il celebre trittico della cosiddetta Madonna dei tramonti - così chiamata per il sole che la illumina in alcuni periodi dell’anno, entrando appunto al tramonto dalla porta che dalla parete di fronte (a ovest) conduce sul terrazzo “absidale” del Chiostro di Sisto IV – dove insieme alla Madonna col Bambino sono raffigurati i santi Giovanni Evangelista (alla sua sinistra) e Francesco (alla destra). «Maria, rivolta al Figlio, indica con il solito gesto della mano con il pollice puntato all’indietro san Francesco, che portandosi la mano stigmatizzata al petto accoglie quella muta chiamata. Dall’altra parte Giovanni, con il libro del Vangelo in mano accenna ad un gesto di assenso. Anche qui i due santi si guardano intensamente. Dei due è dunque Francesco ad essere il privilegiato: le stimmate sono equiparate alle Scritture; non al testo sacro è affidato il messaggio evangelico ma alla reale imitazione di Cristo, che vediamo dipinto, crocifisso e solo, proprio sotto la Vergine» (Frugoni, cit., p. 272).

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Post relativi alla visita alla Basilica di S. Francesco in Assisi:

Introduzione generale
1. Dal colle dell'Inferno al colle del Paradiso

La chiesa inferiore
2Ferma il passo, rallegrati, o viaggiatore: il portale e il transetto d'ingresso
3.1Franciscus vir catholicus et totus apostolicus: il lato meridionale della navata con il ciclo sanfrancescano
3.2Franciscus alter Christus: il lato settentrionale della navata con il ciclo cristologico
4.1Vivere secondo la forma del santo Vangelo - L’umiltà dell’Incarnazione: il lato settentrionale del transetto 
4.2. Vivere secondo la forma del santo Vangelo - La carità della Passione: il lato meridionale del transetto
4.3Vivere secondo la forma la forma del santo Vangelo - In obbedienza, senza nulla di proprio e in castità: le "allegorie francescane" e il Gloriosus Franciscus nel soffitto della crociera

A Laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.