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mercoledì 1 marzo 2017

«Che cosa "tagliare", perché l’organismo della nostra vita di comunità, della nostra Chiesa particolare, della nostra testimonianza, rifulgano pienamente di luce e vigore evangelici?». La domanda della Chiesa di Assisi ai frati del Sacro Convento riuniti nel Capitolo Custodiale Ordinario 2017




Dal 20 al 24 febbraio 2017 si è svolta, presso il Sacro Convento di Assisi, la prima parte del Capitolo Ordinario della Custodia Generale del Sacro Convento, la circoscrizione dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali a cui è affidata appunto la custodia della Basilica in cui il 25 maggio 1230 fu sepolto il corpo del fondatore dell'Ordine stesso, il serafico patriarca san Francesco.
La celebrazione eucaristica di giovedì 23, memoria del vescovo e martire san Policarpo, è stata presieduta da S.E. Mons. Domenico Sorrentino, arcivescovo-vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, presso l'altare della chiesa inferiore eretta sulla tomba del Poverello.
Commentando la liturgia della Parola del giorno (Sir 5, 1-10; Mc 9, 41-50), il Presule ha rivolto ai presenti le seguenti parole:
Tenerezza e custodia. Saggezza e prudenza. Espressione di fiducia e monito severo. Sono accenti che si alternano e intrecciano in questi due brani della parola di Dio in cui predomina, con toni forti e concreti,  il registro sapienziale. Un registro di cui abbiamo bisogno, per apprendere la logica della divina sapienza e applicarla alla nostra vita.
Proviamo ad entrare nel messaggio della prima lettura.
Intercetta la nostra tentazione di fidarci di noi stessi, quando le cose vanno bene secondo i criteri mondani, dimenticando che tutto sta, ogni momento, sotto lo sguardo di Dio. «Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: «Basto a me stesso».È la tentazione di chi possiede e si sente sicuro perché il suo denaro, le sue conoscenze, il suo saper fare, il suo successo, gli garantiscono il futuro.
Può persino capitare, quando tutto nella vita fila liscio, di perdere il senso del giudizio di Dio, scambiando per assenza e debolezza di Dio quella che è invece la sua pazienza misericordiosa.
«Non dire: “La sua compassione è grande;mi perdonerà i molti peccati”,perché presso di lui c’è misericordia e ira»
Ascoltare queste parole dopo un anno intero voluto da papa Francesco per farci ricordare che Dio è misericordia, ha quasi, a prima vista, il sapore di un passo indietro.È invece un passo nella verità, da prendere sul serio. È prendere coscienza della nostra responsabilità, che viene esaltata dal giudizio di Dio al quale non possiamo sottrarci. Esso temporeggia, ma verrà. Anzi, per dirla tutta, alla luce del vangelo,  è già venuto nella morte di Cristo, alla quale siamo chiamati a conformarci.
Questo messaggio, in definitiva, letto nella pienezza del Nuovo Testamento, mira a farci prendere coscienza proprio di ciò che costituisce il senso della vita cristiana: abbiamo accettato, e sempre nuovamente accettiamo, il giudizio misericordioso di Dio sulla nostra vita, ripetendo con Paolo, e certamente anche con Francesco alter Christus: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Nella croce di Cristo Dio giudica il nostro peccato. Se ci allontaniamo da lui, diventiamo schiavi del peccato. L’ira di Dio, in ultima analisi, non è la giustizia esteriore che ci viene da un Dio vendicativo, ma il suo arrendersi, terribilmente rispettoso, alla nostra libertà, quando ci collochiamo, volontariamente e per sempre, nella tomba del nostro peccato. Quella geenna “dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue” evocata dalle parole di Gesù è appunto la condizione ultima di irrimediabilità a cui ci espone il nostro indurimento, se resistiamo ostinatamente all’offerta della grazia. 
Anche il vangelo dunque si muove, non meno della prima lettura, sul registro dell’ammonizione. Questa volta a parlarci è il Dio che si è fatto vicino nel volto del figlio. Il discorso riguarda i “piccoli” di Gesù. In sostanza, tutti i suoi discepoli, perché non si può essere discepoli, veri discepoli, senza essere piccoli.Nei confronti  dei suoi piccoli, Gesù esprime innanzitutto un senso di tenerezza e di custodia. Viene fatta una promessa: chi darà anche un bicchiere di acqua a un discepolo, per la sua appartenenza a Cristo, non perderà la sua ricompensa. Ma viene subito l’altra faccia della tenerezza: la fortezza della custodia, che si esprime in ammonizione e minaccia. Guai a chi “scandalizza” uno dei discepoli: meglio per lui essere affondato nel mare con una macina di mulino al collo. 
Dalla prospettiva della custodia dei discepoli, rispetto a un mondo ostile e aggressivo, il discorso si fa più generale, orientamento valido anche all’interno del mondo dei discepoli e del loro reciproco rapporto, quando si tratta di edificare e non scandalizzare,   e quando si tratta di fare  scelte esigenti, che possono costare anche il martirio.
Si spiegano così queste affermazioni paradossali e quasi da brivido, rivolte appunto ai discepoli, alla Chiesa: taglia la mano che ti è di scandalo. Taglia il piede che ti porta su una strada rovinosa. Cava l’occhio che si chiude alla luce e ti fa inciampare.
Ammonizioni di tale severità sono innanzitutto utili alla nostra vita personale. Ci spingono, quanto meno, a prendere le precauzioni necessarie per tenerci lontano dal peccato. Ma le possiamo applicare anche alla nostra vita di comunità, alle nostre istituzioni, alle nostre prassi consolidate, delle quali diventiamo tante volte succubi, perdendo la libertà evangelica, magari con le migliori intenzioni di dialogo, di cultura, persino di malintesa efficacia apostolica.   
Siete in capitolo: preghiera, riflessioni, decisioni. Un momento importante sul quale invocare la benedizione del Signore. Un capitolo fatto nei luoghi dove riposa san Francesco è sempre un evento importante non solo nell’interesse della vostra famiglia religiosa, ma anche della nostra Chiesa di Assisi, madre di Francesco, come della Chiesa universale. La vostra santità, la vostra testimonianza, la vostra integrità di figli di figli del Poverello hanno un interesse che  va ben oltre i confini della vostra comunità. Per questo mi auguro un capitolo che si lasci interrogare sinceramente, direi spietatamente, da questi moniti di Gesù. C’è forse anche tra di voi, come tra tutti noi, qualcosa da tagliare, perché tutto il corpo possa essere più sano, più bello, più scattante, per l’annuncio del Regno di Dio?
Siamo in tempo di crisi e di rinnovamento. Il nostro Sinodo diocesano, che riconsegno alla vostra assimilazione cordiale, ne ha parlato in termini realistici e programmatici. Anche voi ci siete inevitabilmente dentro e non potete tirarvi fuori. A tutti noi è richiesta una nuova capacità di sintonizzare a pieno la nostra vita e le nostre istituzioni con il vangelo. Quello che fu l’anelito di Francesco, l’eredità ideale che lasciò ai suoi frati. Il suo “spogliarsi” fino alla nudità, realizzato, come gesto profetico e programmatico, all’inizio del cammino, nel  vescovado, e alla fine, in morte, alla Porziuncola. Un’immagine che è la cifra di tutta la sua vita. Anche per questo, come sapete, ho voluto rimettere in luce quel gesto  creandogli una nuova cassa di risonanza nel Santuario della Spogliazione. 
Su quel corpo spoglio proprio qui, nelle nostre Basiliche, la storia e la fede hanno creato un involucro grandioso, patrimonio culturale e spirituale da mettere in gioco nell’evangelizzazione. Ma dobbiamo essere vigili perché questo rivestimento prezioso di  un corpo santo, che rimane nudo,  sia   solo la cassa di risonanza di una nudità alla quale voi suoi figli,  chiamati a custodire questo luogo, e noi tutti, voi e noi, Chiesa di Assisi, dobbiamo sempre ritornare, chiedendoci se per caso non abbiamo bisogno di riascoltare il monito di Gesù: che cosa “tagliare”, perché l’organismo della nostra vita di comunità, della nostra Chiesa particolare, della nostra testimonianza, rifulgano pienamente di luce e vigore evangelici?   È una domanda che lascio come ideale consegna della nostra Chiesa di Assisi al vostro capitolo fraterno.Il vangelo si chiude con il simbolo del sale, che altrove troviamo specificato con l’appello ad essere sale della terra, in prospettiva dunque missionaria. Qui mi sembra più focalizzato sulla stessa vita ecclesiale, quale espressione del bisogno di conservare integra e saporosa la nostra  vita di discepoli,  centrandola su Gesù e conducendola nella pace. Rileggiamo ancora questo appello: «Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen. 

venerdì 30 settembre 2016

«La conquista della felicità sta nel rifiutare il troppo». Il messaggio di san Francesco secondo Carlo Sini

L'edizione 2015 del Meeting di Rimini ha ospitato un incontro sul tema "L'uomo: essere di mancanza" dove sono intervenuti Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia Teoretica all’Università Federico II di Napoli, e Carlo Sini, professore Emerito di Filosofia Teoretica all’Università di Milano, moderati da Costantino Esposito, docente di Storia della Filosofia all’Università di Bari.  

Rimasi affascinato dal lungo riferimento a san Francesco con cui il prof. Sini rispose ad un certo punto alla domanda del conduttore: Possiamo leggere la mancanza come un segno? E, soprattutto, di che cosa essa alla fine sarebbe segno? E il Sini portò un esempio “noto a tutti” citando la storia di un mercante, Pietro di Bernardone e del figlio Francesco, la domanda del primo: "cosa ci manca?", e la risposta del secondo: "cosa abbiamo di troppo", fino a concludere che per Francesco la conquista della felicità sta nel rifiutare il troppo: "Lui sì che può ballare e cantare, perché lui ha recuperato a modo suo la condizione dei gigli del campo, che non tessono e non filano, ha recuperato la condizione degli uccelli, che non lavorano. Lui dice ai suoi fratelli, appunto, ricordando queste immagini del Vangelo: “Perché vi preoccupate? Se dà modo anche agli uccellini di tirare sera, volete che non ci sarà modo anche per noi?”.

Ma a questo punto, per chi fosse interessato o comunque incuriosito, inserisco il video dell’incontro in cui la risposta del Sini si trova a partire dal minuto 30:00


Insieme al video nella pagina del sito del Meeting dedicata all'incontro si trova anche la trascrizione dell’intero incontro.

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

lunedì 26 settembre 2016

Svelenire i beni economici. La lezione francescana di Giovanni Battista Montini ad Assisi il 4 ottobre 1958

Il 4 ottobre 1958, in occasione del pellegrinaggio delle Diocesi della Lombardia per l'offerta dell'olio per la lampada votiva dei Comuni d'Italia che dal 1939 arde presso la tomba di san Francesco, l'allora Arcivescovo Giovanni Battista Montini (il futuro Papa Paolo VI) pronunciava in Assisi il seguente discorso (in: "Rivista diocesana milanese", 1958, pp. 491-493; poi anche in: L'Italia pellegrina ad Assisi. 50 anni di incontri con san Francesco patrono d'Italia, 1939-1989, [a cura di Nicola Giandomenico e Mario Collarini], Perugia, Cassa di Risparmio di Perugia, 1990 pp. 99-102) che, nella memoria liturgica del beato Paolo VI, piace qui riproporre inaugurando una sorta di sezione di questo blog dedicata ad una "economia in chiave francescana".

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
  

Magistrati e cittadini, Sacerdoti e fedeli della terra di Lombardia,

     venuti con me pellegrini, in rappresentanza della nostra Regione e della intera Nazione, a questo sacro luogo per rendere onore al Patrono d'Italia, san Francesco d'Assisi, nel giorno sacro alla memoria del suo beato transito, offriamo al Santo una preghiera, semplice e difficile insieme, naturale e strana ad un tempo.

Maestro di San Francesco,
Storie di san Francesco. La rinuncia ai beni (1260 ca)
Assisi, Basilica di S. Francesco,  chiesa inferiore
Una preghiera dobbiamo pur esprimerla; non sarebbe religioso il nostro atto, se al tributo del nostro omaggio non si unisse quello della nostra invocazione, della nostra fiducia. E la preghiera che dobbiamo fare deve tenere conto di ciò che noi siamo, e di ciò che Lui è; non sarebbe altrimenti, da parte nostra, sincera; non sarebbe altrimenti verso di Lui riverente e a Lui gradita. Ora noi siamo provenienti da una Regione che si caratterizza oggi — e forse domani, col Mercato Comune, ancor più — per il suo sviluppo economico e per l'impegno con cui a tale sviluppo essa lega i suoi pensieri, i suoi interessi, i suoi affanni, le sue speranze, la sua vita. Siamo figli dell'«Homo oeconomicus»; siamo esponenti di una concezione della vita che gravita intorno alla ricchezza.

Domenico Veneziano, Matrimonio mistico
di san Francesco con Madonna povertà
, 1440-60
Monaco di Baviera
Alte Pinakothek, Bayerische Staatsgemäldesammlungen
Anche se non la possediamo, la ricchezza è il cardine della nostra vita moderna; ad essa tende il nostro lavoro, tanto progredito, organizzato, meccanizzato, teso e febbrile, intorno ad essa si dibatte, non conclusa, non sopita, la questione delle classi sociali; di essa parla la nostra cultura superiore e la nostra conversazione familiare, di essa gode e soffre la nostra gente. Questa osservazione non è un vanto, è il riconoscimento d'una realtà, che qui viene in evidenza, e quasi ci mette a disagio. E quasi una confessione: noi siamo uomini abituati a porre nella ricchezza la nostra stima, la nostra speranza. Quale preghiera possiamo noi rivolgere a san Francesco d'Assisi?
Il disagio cresce, dobbiamo rivolgerci al Santo della Povertà che non solo soffrì, ma volle la Povertà, così da farla simbolicamente sua sposa, da professarla come sua scelta sociale, da immedesimarsi, sempre più in essa, come fonte della sua spiritualità: «Poscia di dì in dì l'amo più forte» (Par. XI 63).
Se non sapessimo quale «ignota ricchezza», quale «ben verace» (ib 82) di umanità, di poesia di grandezza morale, di sapienza, di civiltà, di santità si nascondono sotto la misera veste del Poverello d'Assisi, saremmo subito tentati di uscire di qui, come avessimo sbagliato la méta, o di starcene un istante come turisti, che si contentano di osservare la singolarità di un ambiente artistico, suggestivo e misterioso, ma totalmente estraneo al loro spirito.

Preghiera umile e audace
Giotto et alii, Storie di san Francesco
La rinuncia dei beni
(post 1296?)
Assisi, Basilica di S. Francesco, chiesa superiore
Come arrischiare un colloquio decente fra noi e Francesco? Come presentarci, senza sentirci da lui respinti, o a lui offensivi? E come chiedergli qualche cosa che non sia in nostro danno, o a lui disdicevole?
Ecco perché la conversazione con lui quasi ci sembra insostenibile, e l'essere qui un errore, e proferire una preghiera impossibile.
Eppure dobbiamo trarre dal nostro spirito una preghiera, vi dicevo, umile e audace. Una preghiera che ci faccia buoni — e diciamo pure, Poveri — nella nostra ricchezza, e che renda la sua Povertà, in qualche modo, una dovizia, una salvezza per noi.
La preghiera è questa: Francesco, aiutaci a purificare i beni economici dal loro triste potere di perdere Dio, di perdere le nostre anime, di perdere la carità dei nostri concittadini. Vedi, Francesco, noi non possiamo straniarci dalla vita economica, è la fonte del nostro pane e di quello altrui; è la vocazione del nostro popolo, che sale alla conquista dei beni della terra, che sono opere di Dio; è la legge fatale del nostro mondo e della nostra storia. È possibile, Francesco, maneggiare i beni di questo mondo, senza restarne prigionieri e vittime? È possibile conciliare la nostra ansia di vita economica, senza perdere la vita dello spirito e l'amore? È possibile una qualche amicizia con Madonna Economia e Madonna Povertà? O siamo inesorabilmente condannati, in forza della terribile parola di Cristo: «È più facile che un cammello passi per la cruna d'un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli»? (Mt. 19, 24). Anche il nostro sant’Ambrogio ci aveva detto quelle parole tremende: «O ricco, tu non sai quanto sei povero!» (De Nabuth, 2, 4), ma non le ricordiamo più: e non le abbiamo mai bene comprese. E anche Tu, Francesco, non hai insegnato ai tuoi figli a lavorare, a mendicare e a beneficiare, cioè a cercare ed a trattare quei beni economici, di cui la vita umana non può essere priva?
Ma qui davanti a Te, Francesco, noi vogliamo avere un dono di luce, anche un lampo solo sulla ricchezza di cui siamo tanto appassionati, e vogliamo vedere, sì, senza fatica i due grandi pericoli che essa introduce nella nostra vita, e li vogliamo qui a noi stessi ricordare e denunciare.

Dono di luce sulla ricchezza
Cristoforo Prestinari (statue)
San Francesco rinuncia ai beni terreni  nella mani del vescovo (sec. XVII)
Orta San Giulio, Sacro Monte di Orta, cappella III
Ecco, meditiamo un istante. La ricchezza, facilmente troppo facilmente, fortemente, troppo fortemente s'impadronisce dei nostri pensieri e diventa fonte dei nostri desideri, s'impadronisce delle nostre anime, e le assorbe nei suoi calcoli e nelle sue vicende, li appesantisce di valori temporali, le incatena alla terra. La ricchezza toglie la libertà interiore; ci dà il gusto dei beni materiali e dei piaceri che da essi, sperati o goduti, possono derivare; ci attenua prima, ci toglie poi il senso dei beni spirituali, come fossero lontani, difficili, inadeguati alle ispirazioni umane. Ci fa amare le cose esteriori, e meno quelle interiori; ci fa cercare le cose temporali e dimenticare le eterne. Ci illude che il nostro destino finale sia qui, e ci preclude una diritta ricerca del nostro vero scopo vitale, ché sopra l'esperienza presente ed oltre il tempo presente. Ci cambia la direzione della vita, altera la bussola del nostro cammino. Ci offre beni fugaci e fallaci, e ci fa perdere il Bene unico e sommo, il Dio vivente ed infinito.
Ecco perché Cristo, il Maestro, ebbe a porre come primo articolo del suo messaggio: «Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt. 5).
Questo infatti è il primo pericolo della ricchezza economica, di farci inabili alla ricerca di Dio, ed immeritevoli di raggiungerlo.
Poi un secondo pericolo parimenti derivato dalla vita economica, rende in questo momento trepidanti i nostri spiriti; e sempre li dovrebbe rendere vigilanti: è quello di diventare egoisti. Chi possiede teme. Chi possiede si isola. Chi possiede si difende. Chi possiede si pone facilmente in posizione ostile verso i propri simili. Quel prossimo che dovremmo amare — amare come noi stessi, proprio perché è prossimo — ci riempie di diffidenza, d'invidia, di concorrenza, di inimicizia. Il mio e il tuo segnano confini non solo nell'ordine economico e giuridico, ma anche in quello morale e spirituale. La ricchezza crea la grande tentazione di fare dei nostri simili i nostri servi ed i nostri strumenti.
Essa diventa uno dei fattori principali della formazione chiusa dei raggruppamenti sociali, e la posta di quel terribile gioco che è la lotta di classe. Ciò che doveva servire alla felicità umana si trasforma spesso nella sorgente degli odi sociali e della infelicità dei popoli: le guerre hanno sovente la loro infausta radice nel miraggio di conquiste economiche, nell'auri sacra fames. L'avarizia e la cupidigia soverchiano la valutazione e il rispetto della vita umana.

Benozzo Gozzoli
Storie di S. Francesco. La rinuncia ai beni (1450-52)
Montefalco, Chiesa di S. Francesco
Sappiamo queste cose. Ma notiamo subito un fatto singolare: qui, nella penombra di questa Basilica, queste verità di comune esperienza acquistano una chiarezza penetrante e svelano i loro duri contorni impressi nella vicenda della storia nostra, quella di ieri e quella di oggi; e, superato il primo momento di interiore disagio, qui, la considerazione di questo quadro, in cui la conquista economica della civiltà assume aspetti paurosi, non ci disturba più. Anzi — che è? — subentra in noi quasi un senso di fiducia e di pace. È vero: la ricchezza può farci perdere la conquista di Dio, il Bene Sommo, e ci può guastare la convivenza amichevole con i nostri simili, ci può impedire la carità: la carità verso Dio e la carità verso il prossimo. È tremendo. Ma appunto perché è tremendo questo problema della ricchezza nella casa della Povertà, ci facciamo animo a studiare una sua soluzione: generica, iniziale fino a che si vuole, ma tale almeno da ridarci bontà nel cuore e fiducia, che ritornando domani al nostro lavoro, non faremo opera contro noi stessi.
Perché al nostro lavoro bisogna pur ritornare. Sarebbe mai possibile che in questo momento di mistico fervore, rinnegarlo? No, certo. E dobbiamo forse spogliarci, come questa «gente poverella» seguace del Santo d'Assisi, dei beni economici se Dio non ci fa dono di eguale vocazione? E se a quei beni è legato il benessere, la prosperità e la pace del nostro popolo?

Lezione Francescana: «Svelenire i beni economici»
Maestro di Castelsardo
La rinuncia ai beni terreni (sec. XIV fine)
Sassari, Pinacoteca Mus'a al Canopoleno

(per approfondire clicca qui)
Qui è la nostra preghiera a S. Francesco, che ci faccia grazia a svelenire i beni economici, come dicevamo, d'ogni loro funesto potere contro la carità di Dio e la carità del prossimo.
Proviamo a dire: è cattiva la ricerca dei beni economici quando essi servono all'uomo? Al pane, all'elevazione della vita, alla cultura, alla pace, allo sviluppo delle facoltà umane e dell'organizzazione civile del mondo? No. Questa ricerca si chiama lavoro; ed il lavoro è nell'intenzione creatrice di Dio, è nel suo piano penitenziale di redenzione, è nell'esempio, tanto più umile quanto più eloquente, di Cristo, è nel precetto apostolico ai primi cristiani, è nella stessa disciplina francescana tutta umiltà e fatica.
Questa ricerca si chiama produzione. Produrre i beni utili alla vita è, per sé, cosa buona, necessaria e grande. Se mai, chiederemo a S. Francesco che ci faccia ben comprendere come non si vive di solo pane; come la vita economica non possa essere l'unico fattore, determinante e finale, della nostra giornata terrena, come la vita economica debba perciò essere subordinata alla legge morale. Non si vive per l'economia, anche se si deve vivere di economia. Al di sopra del processo economico deve essere instaurato l'ordine umano.
Lo sviluppo produttivo non deve prescindere dall'esigenza d'un crescente rispetto al lavoro dell'uomo; ed il lavoro dell'uomo deve a lui aprire la vita ad un adeguato godimento dei beni a cui la produzione è rivolta, in modo che il lavoratore non si senta più estraneo nell'azienda, ma sia favorito a collaborarvi non per solo interesse precariamente equilibrato, ma per convinzione altresì di essere partecipe d'un comune interesse e di trovarvi riconoscimento e tutela della sua umana dignità.

Giovan Battista Nodari
San Francesco si spoglia delle vesti (1902)
Bergamo, Accademia Carrara-Museo
Così diremo d'un’altra fase del processo economico: la distribuzione della ricchezza, cioè il riconoscimento che i beni economici appartengono a determinate persone e ne costituiscono la proprietà. Anche questa è legge di natura, cioè voluta da Dio e risponde alla promozione dell'uomo a fini superiori. San Francesco, che si priva per sé d'ogni personale proprietà, non la condanna in altri, ma cerca di equilibrare con l'esempio e la pratica d'un eroico disinteresse l'eccessiva avidità con cui tanti uomini, anche cristiani, sono attaccati alle loro proprietà. E libero ormai d'ogni aderenza ai beni economici, avverte, con la sua mano tesa a mendicare, come questi siano troppo disugualmente distribuiti, e come la carità debba dare l'avvio a quella volontaria migliore distribuzione che si chiama l'elemosina, la beneficenza, e come questa debba porre alla coscienza dei giusti il problema di una più equa distribuzione dei beni economici, esattamente come ebbe più volte a proclamare il Sommo Pontefice, affermando che «Essa è e rimane un punto programmatico della Dottrina sociale cattolica» (Disc. IX, 216).
San Francesco si spoglia e rinuncia ai suoi beni (XVI fine-XVII inizio)
Roma, Chiesa del Gesù, cappella del Sacro Cuore
(già di S. Francesco d'Assisi)
La lezione francescana si fa grave; ma ancora più salutare e moderna. E prosegue con note anche più severe e più chiare a ricordarci che il terzo momento del ciclo economico, quello del godimento della ricchezza, se da un lato è il più ovvio ed il più legittimo, perché finalmente a ciò tende l'economia, dall'altro è il più pericoloso, perché nel godimento della ricchezza più facilmente l'uomo si arresta, si compiace, e si corrompe idealmente, moralmente e socialmente. È perciò a questo punto che la lezione francescana incalza con maggiore voce, e ci ricorda come la felicità non consiste nella soddisfazione di molti e sempre nuovi bisogni, come sia invece saggezza, per ogni verso encomiabile, contenere nell'ambito delle necessità, della semplicità e della funzionalità i bisogni a cui Dio, e alla natura dell'umano consorzio che la ricchezza può dare soddisfazioni; come si debba allargare a godimento comune, a funzione sociale, il frutto della povertà, anche se esclusiva questa, quello deve essere più accessibile dal comune bisogno; come perciò la proprietà, di fronte al sovrano diritto di fratelli ci vuole, sia da considerarsi non dispotica e chiusa ma piuttosto una funzione pubblica, un'amministrazione sociale, da cui non si può escludere il bene comune dalla società; e come finalmente l'edonismo, il lusso, lo sfarzo, l'avarizia, l'orgoglio che la ricchezza genera nei suoi seguaci, siano perversione dannosa e deprecabile, sia per lo spirito umano, che per l'umana convivenza.

Vangelo per il nostro tempo
Bottega di Giotto,
Allegoria della Povertà, particolare (1315 ca)
Assisi, Basilica di San Francesco, chiesa inferiore
Non sono cose nuove, Francesco, quelle che ora ci predica, ma diventano Vangelo, per il nostro tempo. Non nuove per sé, ché derivano dalla dottrina di Cristo perennemente viva; ma, purtroppo, sempre nuove per noi che le sappiamo così male ricordare, e così male applicare. Non nuove, ma sempre sagge specialmente per noi, quando diventiamo amministratori del pubblico bene, che tante ricchezze richiede, tante maneggia, tante traffica e spende; e vuole le nostre mani monde e povere come le tue. Non nuove ma sempre difficili, e perciò bisognose di un esempio radicale e sublime come il Tuo, affinché noi riusciamo a meglio comprenderle ed a meglio seguirle, ed a ravvisarvi il principio di quella giustizia sociale, che forma l'aspirazione più nobile e più dinamica del nostro tempo.
Ecco, allora, Francesco, che la Tua Povertà ci diventa amica e maestra. Ecco che ammonisce coloro che mettono nei beni economici le loro somme speranze a mirare più in alto, a svincolare il cuore dall'amore delle cose terrene, e a saperle considerare come buone solo quando ci sono scala per salire le vie dello spirito e ci sono specchio per riflettere la bellezza, la bontà, la provvidenza di Dio; come Tu, povero, le hai viste, alla fine, cantandole, come libero poeta, nel Tuo cantico delle creature.
Così insegnaci, così aiutaci, Francesco, ad essere poveri, cioè liberi, staccati e signori, nella ricerca e nell'uso di queste cose terrene, pesanti e fugaci, perché restiamo uomini, restiamo fratelli, restiamo cristiani, noi Lombardi, noi Italiani.

Assisi, 4 ottobre 1958

Giovanni Battista Montini
Arcivescovo di Milano